Un nuovo 2 giugno per le donne: oltre le reticenze del "presidente" Meloni
- Emanuela Guarino
- 18 ore fa
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Aggiornamento: 21 minuti fa
di Emanuela Guarino*

Celebrando il 2 giugno, ed il primo voto alle donne, non si può non pensare che la situazione femminile in Italia non sia, al di là delle apparenze, tanto cambiata, sebbene si possa accreditare quattro anni di presidenza del consiglio. Non a caso, torna in mente quel 2022 in cui Giorgia Meloni è stata eletta, insieme con il suo mantra della campagna elettorale: “sono una donna, sono una madre, sono italiana, sono cristiana”. Quattro apposizioni del soggetto che unite alla frase, pronunciata subito dopo l’elezione, "non chiamatemi presidentessa" aveva il sapore di rassicurare gli uomini, anche quelli del suo entourage, quasi a ricordare che l'interpretazione del ruolo le era dettata da ragioni squisitamente elettorali (quale uomo politico avrebbe portato alla vittoria quella coalizione?), ma non oltre, perché il potere maschile rimaneva intatto.
L’ambizione di diventare premier si è immediatamente rivelata di una portata tale da farle rinunciare alle prerogative femminili, quelle stesse per cui tutte noi - e per prime le donne costituenti - abbiamo e continuiamo a lottare. Non importa, poi, se per esercitare il ruolo doveva dire alle donne “non seguite il mio esempio”.
Infatti, la sua storia familiare ci racconta una Giorgia Meloni diversa da quella che ha scelto di narrare, una storia che l’ha portata a scegliere di essere madre single. E allora che bisogno c’era di dichiararsi, con un facile sillogismo, “madre cristiana”? Che bisogno c’era di rinunciare anche nelle parole scelte, alla forza del proprio essere donna? Perché promuovere politiche pubbliche che mirano a sostenere la figura della donna come madre e come perno della famiglia, in una Italia in cui il nodo centrale della disuguaglianza di genere riguarda la distribuzione del lavoro di cura, la parità salariale e l’autonomia economica femminile? E ultimo, ma non meno importante, perché dare sostegno ai centri pro-vita e sostenere i movimenti antiabortisti? Perché rinunciare ad affermare che “senza consenso è stupro”?
Ora, punire duramente i colpevoli di violenza è giusto, ma quando si inizierà a diffondere capillarmente tra tutte le forze dell’ordine e nella magistratura una formazione adeguata a far sentire capite e accolte le donne denuncianti, contrastando quindi la vittimizzazione secondaria?
A questo punto c'è da domandarsi se la prima donna alla Presidenza del Consiglio non sia un'occasione mancata. E se così fosse, le donne italiane hanno bisogno di un nuovo 2 giugno, basato su una parità reale, così come detta la Costituzione Italiana. E hanno anche bisogno di consapevolezza, di strumenti, e di una nuova narrazione che permetta alle donne di affermare sé stesse senza sentirsi delle “impostore” che occupano un posto che non spetta loro.
*Docente di arte e immagine













































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