OSSERVANDO I NOSTRI TEMPI
- Domenico Cravero
- 3 giu
- Tempo di lettura: 3 min
Una nuova era per l'infanzia
di Domenico Cravero

Negli ultimi decenni si è diffuso nel mondo occidentale un nuovo modo di considerare l’infanzia. Sta avvenendo, nella vita concreta e nella cultura, una rivoluzione silenziosa, eppure sotto i nostri occhi e dentro le nostra case. I bambini non sono più considerati minori in attesa di diventare adulti, ma come persone complete (in base allo stadio evolutivo) e competenti (partecipi e attivi nel loro rapporto con gli adulti e non solo da loro dipendenti). Si riconoscono ai bambini le loro “ragioni” e si ammette che essi sanno esprimerle e difenderle. La nuova cultura della soggettività promuove questa svolta culturale e cerca risolutamente di valorizzarla nell’educazione come nella pratica sociale, in famiglia come a scuola, nella catechesi come nella liturgia. L’infanzia non è più considerata un’età incompleta, tutta solo proiettata al futuro, ma una condizione di vita significativa in se stessa, una categoria essenziale, necessaria e permanente nella società. Nel mondo occidentale il minore è sollecitato e sostenuto pubblicamente, in quanto persona, soggetto della propria vita. In famiglia è al centro dell'attenzione (e dei bilanci familiari) e ha un suo spazio autonomo (la propria cameretta, la paghetta, i suoi diritti televisivi…). Si riconosce che la sua opinione merita di essere espressa e difesa, esattamente come quella di ogni altro familiare o di ogni cittadino. Si prende atto, in forma crescente, che i bambini, fin dalla nascita, sono socialmente attivi e partecipano alla comunicazione interpersonale. Sanno rispondere, con il loro linguaggio, alla comprensione degli stati emotivi degli adulti che si prendono cura di loro. Si pongono come persone uniche e originali che inducono, negli attuali adulti, aspettative espressive di propri pensieri ed emozioni.
Questo cambiamento radicale di mentalità trova conferma sociale nella proclamazione dei diritti dei minori in tutte le assemblee internazionali. Lo Stato può assumere le difese del bambino, ponendosi, se la legge lo prevede, anche contro gli interessi dei genitori.
I bambini dispongono di un loro linguaggio unico ed originale. I genitori che sanno ascoltarli, accogliendo le loro ragioni e distinguendole dai capricci, acquistano autorevolezza, alleggeriscono il loro compito e rendono efficaci le regole familiari. Nulla, oggi, rende più autorevoli della disponibilità al dialogo; nulla è più affascinante della conversazione con i bambini; nulla è più creativo della loro magia.
Le conseguenze virtuose sono ancora in gran parte da trarre, ma intanto alcuni esperimenti innovativi aiutano ad immaginarne la portata. Non sono solo i consigli comunali dei bambini, ma anche le città amiche dell’infanzia, il traffico cittadino sostenibile (dai bambini), i percorsi sicuri per poter andare a scuola da soli. Sta crescendo l’attenzione per la partecipazione sociale dei bambini; si mettono in atto continui tentativi concreti di dare voce sociale ai bambini. Nelle famiglie aumentano i genitori che si impegnano alla massima attenzione per la comunicazione efficace con i bambini e cercano di comportarsi da facilitatori e promotori del protagonismo infantile.
Sono piccole luci di civiltà che danno speranza, sempre minacciate dall’ambivalenza della intrusività adulta. La famiglia sa di poter influenzare la costituzione psichica dei figli per ricavarne il massimo delle loro risorse e possibilità. Ne scaturisce però anche il rischio, che oggi si sta diffondendo, della maternità intensiva: il parental burnout per la madre e la perdita di autonomia e di resilienza per il figlio. L’educazione presuppone la disponibilità all’obbedienza ma questa è virtù solo se vissuta come adesione a un ordine di cose ritenute giuste e buone e non alle manie o alle proiezioni degli adulti.
L’eguale partecipazione alla sana competizione sociale dipende sempre più dalla qualità dei legami famigliari e dalle prerogative dell’educazione ricevuta. La comunicazione che non incontra l’Altro come “altro”, ma solo come funzionale a sé o proiezione di sé è “parola vuota” (J. Lacan). “Parola piena” è invece quella che dischiude uno spazio d’incontro di pari dignità, stabilisce un contatto non invasivo, suscita e risponde a domande di senso e accompagna il figlio alla graduale discoperta della propria vocazione. Questo avviene sviluppando la sinergia dei codici paterno e materno.
Se la formazione raggiungerà il suo obiettivo, genitori e figli riusciranno a dare parola a un’esperienza umana, tanto misteriosa e indefinibile quanto evidente e grandiosa: l’aurora di una nuova vita. Si addicono a questo evento particolarmente le parole potenti di Maria Zambrano: “La vita ha bisogno della parola che le faccia da specchio, la parola che la rischiari, che la potenzi, che la innalzi e che al tempo stesso dichiari il suo fallimento”. Le parole infatti non rischiareranno il mistero: “Ogni esperienza, pur dandosi nella relatività dell’umano ha qualcosa della rivelazione” (Dell’Aurora, Marietti p. 153 e 155).








































Commenti