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Un libro per voi: "I carnefici del Duce"

Aggiornamento: 15 giu 2023

di Stefano Marengo

L’ultimo libro dello storico torinese Eric Gobetti, I carnefici del Duce, da poco uscito per i tipi di Laterza, affronta un tema troppo a lungo rimosso - e non senza una colpevole intenzionalità - dalle istituzioni e dalla coscienza pubblica del paese, ossia la questione dei crimini di guerra italiani durante il ventennio fascista.

Quello di Gobetti, che si colloca a buon diritto nel solco tracciato da studiosi come Angelo Del Boca, è un lavoro di scavo che riporta alla luce la brutalità, la violenza e la barbarie di cui gli italiani - l'esercito come la classe dirigente politica e solerti funzionari pubblici – si macchiarono nei più vari teatri bellici. Dalle marce forzate che decimarono la popolazione della Libia ai massacri perpetrati in Etiopia, dai bombardamenti a tappeto sulle città spagnole alla feroce occupazione dell’Albania e della Grecia, fino ad arrivare alla devastazione della Jugoslavia con rastrellamenti e fucilazioni sommarie, la distruzione di centri abitati e l’internamento di centomila civili nei campi di concentramento fascisti, il libro analizza con chiarezza fatti, eventi e biografie che rappresentano gli scheletri nell'armadio della nostra storia nazionale.

L’intento di Gobetti, tuttavia, non è soltanto espositivo, volto cioè ad elencare una lunga serie di crimini. L’obiettivo, piuttosto, è quello di prendere definitivamente le distanze dal mito degli “italiani brava gente”, coltivato in ottica autoassolutoria dal nostro Paese a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Le atrocità raccontate nel libro sono la dimostrazione più cruda del fatto che gli italiani non possono essere considerati intrinsecamente buoni e, per quanto riguarda il caso specifico del ventennio fascista – che fu un ventennio di guerra pressocché ininterrotta, prima nelle colonie e poi in Europa – costituiscono la prova che il regime mussoliniano si reggeva su una violenza non episodica, bensì strutturale, secondo una logica nazionalista, colonialista e razzista a cui, per convinzione o indifferenza, giunse ad aderire gran parte della popolazione.

Oggi l’eredità perversa di queste vicende sta proprio nella loro protratta rimozione, nel rinfocolamento del mito della naturale bontà degli italiani, cosa che ci impedisce di fare davvero i conti con gli aspetti più oscuri del nostro passato. Si tratta, a ben vedere, del sintomo più evidente della perenne immaturità della nostra coscienza nazionale, sempre indulgente verso se stessa e perciò incapace di assumersi la responsabilità della sua stessa storia. È in questo contesto di infantilismo morale, civile e politico che, negli ultimi decenni, si è potuta affermare, anche a livello istituzionale, la narrazione revanscista a lungo coltivata dalla destra neofascista che ha, peraltro, nella sua radicalizzazione politica, marginalizzato quella stessa cultura fascista critica nei confronti del regime mussoliniano e orientata a misurarsi sulle prospettive di una visione liberale della società italiana.

La cecità nei confronti del nostro passato ha infatti permesso l’equiparazione gratuita, e anche controproducente per la destra, tra militi fascisti e partigiani. Equiparazione che ai giorni nostri rimane il pretesto per un sempre più frequente, e altrettanto gratuito, ribaltamento della realtà storica (e dei valori morali e democratici connessi) che presenta il regime fascista e la filiazione diretta della Repubblica di Salò come vittime innocenti della violenza altrui e non per quello che davvero furono, ossia portatori (in)sani di un nazionalismo responsabile di feroci aggressioni militari e dell'assoggettamento di intere popolazioni, oltre a contribuire al genocidio degli ebrei.[1]

Il libro di Gobetti, in questo senso, è anche una cassetta degli attrezzi che fornisce gli strumenti per comprendere questa pericolosa deriva e per rinnovare - e non soltanto sic et simpliciter - l’impegno antifascista su cui si deve fondare un’autentica democrazia.


Note


[1] In proposito si veda: "I carnefici italiani. Scene dal genocidio degli ebrei, 1943-1945", saggio dello storico e ricercatore Simon Levis Sullam che descrive la partecipazione della Repubblica Sociale Italiana (RSI) e della popolazione italiana alla deportazione degli ebrei italiani nei campi di stermini onazisti durante la II Seconda guerra mondiale.


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