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Torino: migliaia di fiaccole in movimento per la Pace

  • Vice
  • 2 nov 2023
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 5 nov 2023

di Vice

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Tanti giovani e meno giovani alla fiaccolata di questa sera, 2 novembre, a Torino, nelle vie del centro, in una manifestazione per la Pace che partita di piazza Arbarello si è conclusa davanti al palazzo della Regione in piazza Castello, dove ha preso la parola il fondatore del Gruppo Abele, don Luigi Ciotti.

Migliaia di persone si sono sentite unite dal comune desiderio di non abbandonare i sentieri della pace, pericolosamente dissestati da guerre che si replicano con inquietante frequenza a più latitudini del pianeta.


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Corteo silenzioso, senza simboli di partito, le cui uniche bandiere e fazzoletti al collo sono stati quelli della Pace, portate e indossati di chi non vuole arrendersi alla violenza delle armi e alla guerra come unica opzione delle controversie internazionali, che rifiuta le accuse di equidistanza sulle quali poggia l'anatema del pensiero unico con cui si cerca di appannare, se non criminalizzare le ragioni del pacifismo.


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O da una parte o dall'altra: come allo stadio, con la vigliaccheria tipica di chi sa che non dovrà mai scendere in campo e che lascia agli altri l'onere di massacrarsi, speculando sulle paure di una società destinate a crescere in misura direttamente proporzionale alla riduzione del welfare, cioè all'impegno dello Stato nella scuola e nella salute, alla precarietà e alla mortificazione del lavoro inteso anche come valore etico. Un piano che mira allo svuotamento della cultura di massa per devitalizzare la Costituzione, ridurre di volume i mattoncini della democrazia per governare con l'autoritarismo che si poggia di volta in volta su interessi corporativi. Strategia antica che si rinnova con forme diverse. E le guerra hanno sempre contribuito a queste svolte.

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L'ultima che si combatte nel Vicino Oriente è persino più velenosa e pericolosa di quella che vede nemiche Ucraina e Russia. Il teatro di guerra apparentemente è un fazzoletto di terra, quei pochi e angusti chilometri quadrati della Striscia di Gaza, dove si combattono ad armi impari Israele, il più potente esercito di un popolo che teme per la sua sopravvivenza, e i miliziani di Hamas abili nel trasformare in manifesto di libertà la crudeltà delle loro azioni terroristiche, facendo leva sulla resistenza a vessazioni ventennali di ogni tipo subite dal popolo palestinese. In realtà, quel teatro di guerra è a geometria variabile e può coinvolgere, mentre continua la carneficina in Siria, il mondo arabo e l'Iran con esiti oggettivamente imprevedibili. Una delle ragioni per cui gli Stati Uniti si sono nuovamente ripresi la scena nel Mediterraneo come ai tempi della guerra fredda, forti di due portaerei, Eisenhower e Ford, con i loro gruppi, e il comando delle operazioni navali Nato che hanno portato alla considerevole cifra di una settantina di navi da battaglia che solcano il sempre meno mare Nostrum...

Quel fazzoletto di terra si impasta giorno dopo giorno di sangue palestinese in una striscia diventata la più insanguinata del mondo dal 7 ottobre scorso, da quando lo spirito del male ha cominciato a nutrirsi ella rabbia e della vendetta oramai indistinguibili nell'appartenenza dell'uno o dell'altro popolo contro. Dall'attacco terroristico dell'organizzazione palestinese a civili e militari israeliani, la terra promessa è in fiamme. Il vulcano è esploso. Era inevitabile: è il raccolto mefitico della politica del premier israeliano Netanyahu, capo del Likud, che ha usato per decenni il guanto di ferro sulla pelle dei palestinesi e che meglio di ogni altro leader di destra ha rovesciato l'idea costruttiva che aveva animato la politica della distensione e dell'incontro con i palestinesi avviata da Yitzhak Rabin, ucciso in un attentato da un sionista di destra il 4 novembre del 1995. Dagli accordi di Oslo, la destra israeliana, da sempre contraria dell'abbandono dei Territori occupati, si è spinta verso il precipizio, vellicando le ambizioni dell'estremismo religioso e, purtroppo, l'egoismo dei coloni, fattori che hanno contribuito a svilire la natura democratica dello Stato di Israele.


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