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Israele e Palestina: ognuno porti un pezzo di pace nelle strade di Torino

di Vice

Le donne e gli uomini di pace si augurano che la sera di giovedì prossimo, 2 novembre, il centro di Torino diventi il centro della pace e che le bandiere che la rappresenteranno possano sventolare liberamente e che siano così numerose da offuscare la guerra che sta uccidendo l'anima di due popoli, ebrei e palestinesi. Una fiaccolata per la pace da piazza Arbarello a piazza Castello per dire e che ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza dal 7 ottobre scorso, dal giorno del criminale attacco di Hamas, deve cessare. Israele deve porre fine alla sua rappresaglia che di chirurgico non ha più nulla, se non le stanze chirurgiche in cui si ammassano ogni notte centinaia di palestinesi macellati dalle bombe sganciate dai jet da combattimento che calano come falchi su prede indifese.

Illudersi di eliminare il terrorismo di Hamas, Hezbollah e Jihadista con il terrore dei missili e con il rumore assordante dei caccia in picchiata è soltanto un calcolo cinico per godere in futuro di una posizione di rendita: quella che verrà assicurata dal terrorismo di ritorno, dalla memoria che giustificherà qualunque altra forma di vendetta con l'eccidio di bambini palestinesi innocenti. I sommersi. I salvati, i loro fratelli e sorelle, saranno così destinati alla spirale di un'odio senza fine.

Lo Stato di Israele lo sa. Sa bene che il terrorismo si batte con l'isolamento, creando le condizioni di una convivenza civile in cui il più forte riconosce legittimità di esistere al più debole, affinché questi a sua volta possa riconoscere la pericolosa e velleitaria deriva di chi professa l'estremismo politico come unica strada per la sopravvivenza. E dare credito a una politica moderata e di rispetto degli accordi sotto l'egida internazionale delle Nazioni Unite.

Lo Stato di Israele ritorni ad essere se stesso, quello dei padri fondatori che credevano nella democrazia. Ed è la democrazia, non quella che Netanyahu ha reso di facciata. Il valore democratico è l'unica strada per tracciare una linea netta di demarcazione tra la lotta al terrorismo e la barbarie riversata sul popolo palestinese. Non è accettabile per il mondo che la democrazia israeliana sia irreversibilmente caduta in stato comatoso dal 7 ottobre. Ora è giunto il momento di risvegliarla e di liberare dalla condizione di ostaggio anche le forze moderate e di sinistra che in nome dell'unità nazionale e della guerra ad oltranza contro Hamas si coprono gli occhi per non vedere gli eccidi perpetrati sui palestinesi della Striscia di Gaza e sulle ondate di odio sollevate dai coloni nei Territori occupati in Cisgiordania che hanno già provocato vittime e feriti.


"Israele deve immediatamente garantire che i civili ricevano cibo, medicine", ha detto il procuratore della Corte penale internazionale, che sta indagando "sui crimini commessi il 7 ottobre" e "sugli eventi in corso a Gaza e in Cisgiordania". Il cessate il fuoco è stato nuovamente chiesto dal Segretario generale dell'Onu Antonio Guterres e ieri pomeriggio, 29 ottobre, in uno scambio telefonico sulla linea Londra-Parigi, il primo ministro britannico Rishi Sunak e il presidente francese Emmanuel Macron si sono trovati concordi nel ritenere il "sostegno umanitario urgente per Gaza" dopo che Tel Aviv ha accentuato le sue esplorazioni di combattimento per eliminare basi e depositi di Hamas.

E non è un caso che questo avvenga dopo l'intervento del presidente Joe Biden che ha "invitato" Netanyahu a raffreddare le operazioni militari israeliane. A muoversi in sintonia sono il principale alleato degli Usa, il Regno Unito, e l'altro paese con la maggiore influenza in Medio Oriente, la Francia, entrambi preoccupati di un'estensione della guerra nella regione e altrettanto convinti della necessità di costruire la pace sulla soluzione di due popoli, due stati.


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