TACCUINO MEDIORIENTALE. Colloqui ancora in alto mare tra Usa e Iran, ma Trump proroga il cessate il fuoco
- La Porta di Vetro
- 22 apr
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IRAN. Né avanti, né indietro: è lo stato di salute del secondo round di colloqui previsti a Islamabad tra Usa e Iran sotto l'occhio diplomatico del Pakistan. La situazione di stallo è confermata sia dalla mancata partenza del vicepresidente J.D. Vance, sia dalle dichiarazioni del presidente americano Trump con le quali ha prorogato la tregua fino a quando il regime degli ayatollah non presenterà una serie di punti che nella sostanza dovrebbe ricalcare fedelmente le condizioni di Washington. Di qui la reazione dei vertici iraniani che continuano a ribadire il loro netto rifiuto a discutere sotto una persistente minaccia, cioè con una pistola puntata alla tempia. Del resto, Trump ha confermato il blocco dei porti iraniani. Decisione sgradita all'Iran, non ultima per le ripercussioni economiche per il Paese, all'opposto speculare ai vantaggi che ne derivano agli Usa, che registrano in questi giorni un incremento di rilievo della domanda di petrolio a stelle e strisce. Sulla questione, infatti, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha definito il blocco navale statunitense come un "atto di guerra" e una violazione della tregua.
Dunque, anche una situazione asimmetrica sul mercato dei combustibili fossili che equivale, visto che si è in tema, a gettare nuova benzina sul fuoco. Il che ha provocato l'ennesima reazione - come scrive Al Jazeera, l'emittente qatoriota - del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) che ora minaccia di prendere di mira la produzione di petrolio in tutto il Medio Oriente se Trump dovesse passare nuovamente dalle parole agli attacchi, coinvolgendo i vicini del Golfo. Una posizione convergente a quella espressa dall'entourage del presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf (capo delegazione l'11 aprile a Islamabad), secondo cui l'estensione del cessate il fuoco propagandata da Trump potrebbe essere una "mossa per guadagnare tempo" in vista di una potenziale escalation militare.
Trump in calo di consenso
Incertezza, diffidenza, attriti: tutto si mescola sotto il cielo di Islamabad e contribuisce ad alimentare un vortice di paura e pericoli, nonostante che il conto alla rovescia sia fermo per volere di un Trump costretto a guardarsi con un minimo di occhio critico all'interno, dove non mancano critiche e riserve al suo operato. Un'avvisaglia arriva, come riportano i media, dall’ultimo sondaggio condotto da Ipsos per Reuters, che rivela una caduta netta del suo consenso tra gli americani. Infatti, ad approvare il suo operato è soltanto il 36 per cento, contro un 62 per cento che lo contesta. Si è al minimo storico del suo secondo mandato. Un risultato cui ha contribuito una serie di fattori: le guerre, l'appoggio acritico a Israele e al suo primo ministro Netanyahu, gli attacchi sconsiderati a Papa Leone, agli alleati europei, alla posizione assunto nello scontro tra Ucraina e Russia. Inoltre, dal sondaggio emerge una evidente preoccupazione per il livello psichico del presidente, considerato "equilibrato" soltanto per il 26 per cento degli americani e non per il 71 per cento; una percentuale cui concorrono sia gli elettori Democratici in maggioranza, sia quasi la metà dei Repubblicani, evidenziando una netta spaccatura all'interno del suo partito e di riflesso, come riportano da settimane le cronache, anche nel "movimento" MAGA, punta di diamante del suo potere.
Tra l'altro, sempre a proposito della lucidità mentale dell'inquilino della Ca leader Usa – che compirà 80 anni a giugno - un articolo de Il Messaggero, racconta un episodio avvenuto durante una riunione d'emergenza con i vertici militari il 18 aprile. In quella circostanza, al presidente americano sarebbe stato negato l'accesso ai codici nucleari del suo Paese. Citiamo il quotidiano romano: "Secondo un resoconto emerso da quell'incontro alla Casa Bianca, Trump voleva usare i codici nucleari, e il generale Dan Caine si è alzato e ha detto "No". Ha invocato il suo privilegio di capo delle forze armate, per così dire. A quanto pare è scoppiata una vera e propria lite. Stanno succedendo cose davvero bizzarre a Washington e questo avviene in un contesto di crescente preoccupazione per il comportamento imprevedibile del presidente.
LIBANO. Una cifra compresa tra i tre e i quattro miliardi di dollari: sono i danni stimati per le distruzioni operate dall'esercito israeliano in Libano. A ciò si devono aggiungere i 7 miliardi di dollari di danni e altrettanti derivati dalle perdite economiche a causa dalla guerra nel 2024. Il bilancio è stato tracciato dalla Banca Mondiale, in collaborazione con il Consiglio Nazionale per la Ricerca Scientifica in Libano che, come spiega il quotidiano libanese L'Orient-Le Jour, sta preparando un nuovo rapporto per valutare danni e costi della ricostruzione. Considerazioni e commenti sono stati forniti dal ministro delle Finanze libanese Yassine Jaber. L'esponente del governo ha poi aggiunto che le perdite economiche indirette nell'attuale situazione si stanno accumulando, anche se non ha potuto specificare l'importo: "I costi indiretti riguardano, innanzitutto, le entrate governative," ha detto, osservando che le entrate governative sono diminuite di circa il 35-40 percento a marzo. Ha aggiunto che anche le rimesse dalla diaspora sono diminuite di "oltre il 5 per cento" in quel mese.
Sul fronte di guerra le ultime notizie riportano di un missile intercettore lanciato dall'esercito israeliano in seguito a un falso allarme, mentre Hezbollah si è assunto la responsabilità di un attacco con droni e razzi contro una posizione militare nel nord di Israele ieri sera, martedì 21 aprile. In proposito, il portavoce di Hezbollah ha dichiarato che l'iniziativa militare va interpretata come risposta alle violazioni israeliane del cessate il fuoco. L'attacco ha colpito un bunker di artiglieria dell'esercito israeliano nell'insediamento di Kfar Giladi. All'alba di oggi, non si è fatta attendere la reazione di Tel Aviv che ha bombardato con droni alla periferia di Al-Jbour, nel distretto di West Bekaa, nell'est del Libano, provocando una vittima e due feriti.













































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