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PIANETA SICUREZZA. L'esaltazione della divisa, lo svuotamento dell'impegno

Contraddizioni dello Stato che dovrebbe tutelare le forze dell'ordine


di Nicola Rossiello


C'è un trucco vecchio quanto la propaganda: celebrare una categoria di lavoratori al punto da renderla irriconoscibile a sé stessa. Ed è quanto ha fatto, secondo il mio punto di vista, Il Giornale con un articolo di Paola Fucilieri pubblicato lunedì, 22 giugno.[1] Si chiamano supereroi gli agenti di polizia, e non solo, si scrive di vocazione, di sacrificio, di divisa portata come un sacerdozio laico, e nel frattempo si svuota silenziosamente la parola che li definisce davvero, ovvero lavoratori pubblici dello Stato, con contratti, stipendi, turni, malattie professionali, diritti sindacali e, sempre più spesso, depressioni che nessuno copre.


Le responsabilità delle istituzione

È così, la retorica del supereroe non è un complimento, ma un dispositivo che serve a spostare il baricentro del discorso dalle condizioni materiali del servizio alla mitologia individuale di chi lo svolge. Un poliziotto o un carabiniere che crolla sotto il peso di centinaia di ore di straordinario non pagate, di turni massacranti, di un collega morto suicida qualche giorno prima, non è il sintomo di un sistema che ha smesso di funzionare, ma è un eroe che ha vacillato. La differenza pesa, perché la prima formulazione chiama in causa lo Stato, mentre la seconda interroga soltanto la tenuta del singolo, ed è molto più comodo, per chi governa, fare i conti con la fragilità di una donna lavoratrice, di un uomo lavoratore, che con la responsabilità di un'istituzione.

Il quotidiano conosce bene questa grammatica e la usa con un fine che a mio avviso accarezza il patriottismo a costo zero, in cui la solidarietà verso le forze dell'ordine si esprime nell'aggettivo "nostri", ma non si traduce nella sostanza, cioè nei rinnovi contrattuali, rispetto degli organici, applicazione della medicina del lavoro e supporto psicologico strutturato.

Quando un agente muore in servizio il titolo è in prima pagina, mentre quando settantadue agenti si tolgono la vita in dodici mesi le pagine sono altre, gli aggettivi pure, e la causa diventa rapidamente sentimentale, familiare, intima, mai sistemica, mai politica, mai imputabile alle scelte di chi del comparto sicurezza fa, da decenni, una bandiera elettorale e mai un capitolo di spesa.

C'è una continuità precisa tra l'enfasi sulla missione e il taglio agli investimenti, perché la narrazione eroica funziona come anestetico per le carenze materiali. Se la divisa è una vocazione, lo stipendio è quasi una formalità, l'indennità un dettaglio, il rinnovo contrattuale un capriccio sindacale, e se servire lo Stato è un onore, allora chiedere di essere pagati per farlo diventa, nella torsione semantica di chi governa, quasi una mancanza di stile. È così che si arriva al paradosso di un esecutivo che si proclama il più filo-poliziesco della storia repubblicana e firma rinnovi di dodici punti percentuali al di sotto dell'inflazione reale, lasciando intatto un divario salariale con il resto del pubblico impiego e con i corrispettivi europei che andrebbe raccontato per quello che è, ovvero una scelta politica infame, e non una fatalità di bilancio.

C'è poi la questione del welfare, e quando i quotidiani raccontano nelle situazioni estreme pur con "profonda e sincera" commozione le iniziative private di sostegno ai familiari delle vittime, le collette, le fondazioni, le associazioni d'arma, sta scrivendo senza dirlo il manifesto culturale di una destra che ha rinunciato all'idea di Stato sociale anche per i suoi servitori. La beneficenza al posto del welfare professionale, la buona volontà dei colleghi al posto di una sanità del lavoro degna di questo nome, il privato a colmare ciò che il pubblico ha deciso di non vedere, sono gli stessi meccanismi con cui si smonta la sanità pubblica e si esalta il mecenatismo dei filantropi, applicati stavolta a chi indossa una divisa. È una privatizzazione morbida, pudica, quanto infida, che non chiede nulla in cambio se non il silenzio sulle responsabilità di chi governa.

E poi c'è la supplenza non richiesta di alcune organizzazioni di categoria, specie se d'ispirazione corporativa e filo-governativa, che scelgono di ignorare la loro missione e si avventurano in tutele, polizze e convenzioni, anziché pretendere queste funzioni dallo Stato e dai datori di lavoro, palesando l'evidente impotenza negoziale e contrattuale che caratterizza il comparto. Altro elemento, fondamentale, è la rimozione, che è la mossa più sottile e la più violenta, perché ridurre i suicidi in divisa a vicende private significa cancellare in un colpo solo la letteratura scientifica internazionale sul rischio professionale nelle forze dell'ordine, gli studi sulla traumatizzazione vicaria, le evidenze sull'isolamento istituzionale, la documentazione sui meccanismi gerarchici che ancora oggi, in troppi reparti, trasformano la richiesta di aiuto psicologico in una macchia da nascondere.

Non può essere ignoranza, ma una scelta governativo-editoriale, perché ammettere che il problema è strutturale significherebbe ammettere che le soluzioni sono politiche, e che quelle politiche, da vent'anni a questa parte, sono state mancate da tutti, ma da nessuno con tanta retorica patriottica quanta ne ha messa in campo dall'ultimo esecutivo.

Il punto è che dietro l'apparente devozione si nasconde un'indifferenza profonda alla dimensione lavorativa del mestiere, perché la divisa viene sacralizzata proprio per non doverla pensare come uniforme di lavoro; l'agente diventa simbolo proprio per non doverlo trattare come dipendente pubblico, lo Stato si commuove proprio per non doversi assumere le responsabilità che gli competono come datore di lavoro. Ed è qui che la cultura della destra italiana mostra il suo rapporto profondo, e profondamente strumentale, con le istituzioni, perché le ama in pubblico e le finanzia il minimo indispensabile, le esalta nei comizi e le lascia sguarnite nei bilanci, le invoca quando serve un nemico da reprimere e le abbandona quando il nemico interno è la solitudine di un agente che alle quattro del mattino non trova nessuno a cui dire che non ce la fa più.

Difendere davvero le forze di polizia significa restituire ai poliziotti il diritto di essere lavoratori prima che icone, di rivendicare condizioni prima che ringraziamenti, di pretendere uno Stato presente prima che applausi. Significa accettare che il sindacato di polizia non è un'anomalia da tollerare ma un presidio democratico, che la critica all'organizzazione del lavoro non è un attacco all'istituzione, ma il modo più serio per tenerla in piedi, che la salute mentale di chi indossa una divisa non si tutela con le medaglie postume ma con investimenti, protocolli, organici e una cultura del lavoro che smetta di scambiare il silenzio per professionalità.

Peraltro l'art 2087 del codice civile recita "L'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di Lavoro", ed un articolo promulgato nel 1942 sotto il governo Mussolini, di cui si avverte la relazione con gli articoli 32 (diritto alla salute) e 41 (iniziativa economica) della Costituzione. Tutto il resto è falso ornamento, e gli ornamenti hanno smesso da tempo di consolare chiunque, soprattutto chi è consapevole del proprio ruolo e della propria funzione.

Ecco perché chi porta davvero nel cuore lo Stato, e con esso le istituzioni che lo reggono, la Costituzione che lo fonda, i valori repubblicani che lo legittimano e quell'idea antica e severa di servizio che lega chi indossa una divisa al cittadino che incontra per strada, non può consegnare la propria fiducia a chi di tutto questo ha fatto, da troppo tempo, soltanto una scenografia. Perché le istituzioni non si difendono con la moltiplicazione degli aggettivi, la Repubblica non si onora con le commemorazioni, e la divisa, quella vera, quella che si suda addosso per trent'anni di servizio, merita molto più di una retorica che la celebra nei titoli e la dimentica nei bilanci. La divisa merita uno Stato che la guardi negli occhi, e che sappia restituirle, finalmente, ciò che le ha promesso quando gliel'ha consegnata.


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