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Si è spento Luciano Casadei, "enfant terrible" del Pci torinese

Aggiornamento: 16 nov 2025

La notizia è cominciata a circolare ieri su una chat. Commenti di auguri e di pronta guarigione a Luciano, ma che per la loro stringatezza si prefiguravano più come un addio che un arrivederci; il tipico saluto che non può sciogliersi fino in fondo nelle parole, perché i sentimenti sono trattenuti dal pudore e dalla tristezza per una incombente brutta notizia.

Luciano Casadei se ne è andato. Lascia un vuoto nella comunità di sinistra e tra coloro che sono rimasti uniti nella storia del Pci torinese. Se ne è andato un enfant terrible. Definizione meritata, cui concorreva anche quel fisico da eterno ragazzino, ma che sapeva trasformarsi in un gigante quando nelle discussioni irrompeva con sferzanti battute, commenti ironici o al vetriolo, per usare una locuzione cara ai giornalisti, fino a polemizzare, come ricordano più persone, in questo momento di emozioni centrifughe, anche con figure maieutiche del Pci. Come Luigi Longo, con cui riuscì a litigare, ricorda Giancarlo Quagliotti, accusando l'Unione Sovietica, in quei tempi ancora "culla della rivoluzione proletaria", di scarso impegno a sostegno della lotta dei compagni vietnamiti.

O, in un altro degli episodi carico di nostalgia che meglio identificano il suo carattere, quando destò a un pranzo di matrimonio a Milano, lo stupore misto a sconcerto di uno dei più pacati dirigenti del Pci, Gianni Cervetti, il cui unico "torto", probabilmente, agli occhi di Luciano, era quello di appartenere all'area riformista del partito, non ancora diventata l'ala "migliorista" di Napolitano, Chiaromonte e Macaluso.

Battute puntute. Le ricorda ancora Giancarlo Quagliotti, da Luciano bacchettato come "destro fott...", ricambiato da un sorriso che attenuava il sarcastico "quando inizia la rivoluzione? Tienimi informato che mi devo preparare".

Un altro mondo, in cui Luciano si era imbattuto giovanissimo nei dintorni di piazza Statuto, tra agenti più provocatori che segreti, che si scambiavano la metà di una banconota da mille lire per riconoscersi, mentre la Celere di scelbiana memoria picchiava operai, giovani, meridionali e arrabbiati, che protestavano davanti alla sede della Uil per un accordo separato firmato con il professor Vittorio Valletta, il capo della Fiat. Era il luglio del 1962. Luciano Casadei per quelle proteste finì in una cella del carcere delle Nuove. All'uscita, c'era il "destro" Quagliotti e altri compagni, che giorni prima erano riusciti a recapitargli in carcere la tessera del Pci firmata dal Migliore, da Palmiro Togliatti.

Due anni prima, sempre in luglio, dopo gli scontri di Genova e di Reggio Emilia che avevano visto i giovani con le magliette a strisce dare una scossa ai rigurgiti fascisti, Luciano, animato da passione musicale coniugata all'impegno politico, aveva conosciuto Fausto Amodei, uno dei fondatori del Gruppo Cantacronache. Un incontro importante per il futuro stesso di Luciano Casadei, all'epoca operaio in fabbrica e attivista della Fiom-Cgil e della Fgci, che lui ci ricordò, mettendosi alla tastiera della memoria quando gli si chiese un articolo per la Porta di Vetro, all'indomani della morte di Fausto Amodei.[1]

Un altro mondo. Ora, Luciano, l'ideatore di Radio flash, organizzatore dei concerti alle Feste dell'Unità e non solo, mancherà soprattutto a questo mondo.


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