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Se l'Iran gioca con la coda del leone

di Maurizio Jacopo Lami


«Non giocare con la coda del leone o lui giocherà con la tua testa», proverbio iraniano.


Qasem Qoreyshi, vice comandante delle Basij, le forze paramilitari dei Guardiani della Rivoluzione, principale strumento della repressione in Iran:

«Ho il cuore pesante come se un macigno lo opprimesse sempre. Noi Guardiani della Rivoluzione volevamo salvare l'Iran dalla corruzione Occidentale. Ora invece tutti i rapporti ci indicano che ovunque, nelle Università di Teheran, nei licei di ogni angolo del Paese, nelle province abitate dai maledetti curdi, perfino nelle botteghe che da sempre sono il cuore dell'Iran, il veleno dei nemici conquista sempre nuovi favori.

Abbiamo ucciso con la rabbia e il coraggio della nostra fede, abbiamo arrestato schiere infinite di nemici, abbiamo cercato di bloccare i siti internet che diffondono la sovversione ovunque. Ma invece di arretrare le armate di Satana diventano sempre più forti e a ogni colpo che incassano altri si aggiungono. I miei fedeli uomini mi raccontano di essere sempre più scoraggiati perché non capiscono come sia possibile avere il popolo contro, i giovani contro, gli studenti contro, perfino gli adulti quarantenni che erano la spina dorsale del nostro Stato.

Ho collaboratori che vengono qui e mi raccontano piangendo che perfino i loro figli e le loro figlie osano dire di essere contro di noi! La verità è che questa non è più una rivolta, è qualcosa che non possiamo più controllare. E' come gettare una manciata di sabbia nel mare : tutto svanisce».


«Non parlare, non parlare: io vedo, sai che espressione hai negli occhi. Tu l'hai già formulata la decisione!».

«I fratelli Karamazòv». Dostojevskij


Bernard Henry Lévy: [...] Se il regime di Teheran arriva al punto di non capire che uccidere uno dei fari della cultura occidentale, uno dei pochi che può vantarsi di colpire e coinvolgere la nostra rassegnata opinione pubblica, avrebbe solo conseguenze disastrose per il regime, vuol davvero dire che come dicevano gli antichi «gli Dei tolgono il senno a coloro che vogliono perdere».


La storia della lista speciale di critici del regime all'estero «da uccidere a tutti costi» e che comprendeva tra gli altri appunto Bernard Henry Lévy, preparata dai guardiani della Rivoluzione, curata dai servizi segreti iraniani e approvata dai più alti dirigenti del governo è un perfetto esempio di come ormai il regime iraniano sia colto dalla frenesia della disperazione, L'operazione, oltre che criminale, è stata gestita malissimo: secondo un rapporto della CIA è stata «quasi completamente fallimentare», si sono affidati a piccoli delinquenti e a sicari prezzolati, persino a trafficanti di droga che hanno incassato i soldi e non hanno combinato nulla.


Qasem Qoreyshi, il vice comandante delle Basij, le forze paramilitari dei Guardiani della rivoluzione, avverte in un rapporto diffuso dall'opposizione tutto lo sconforto per l'inutilità della repressione. Le forze di sicurezza avvertono un grave logoramento, anzi quasi una paralisi morale dopo due mesi e mezzo di proteste che diventano sempre più estese, non più una rivolta, ma una rivoluzione. Quello che sta emergendo in queste ore è che il regime si sta rendendo conto del fallimento della propria azione repressiva e soprattutto della propaganda che non sembra più in grado di convincere il Paese.


La rivolta delle coraggiose donne iraniane, disposte a morire, piuttosto che a subire l'oscurantismo, la borghesia di Teheran che volta le spalle al regime, i curdi e le altre minoranze sul piede di guerra, il vicino Iraq dove i partiti alleati degli ayatollah stanno perdendo influenza e subiscono la rivolta dei sunniti, la grande nemica Arabia Saudita e i vari Emirati del golfo che si stanno poderosamente armando col beneplacito degli Stati Uniti, perfino il Libano degli hezbollah che piegato dalla crisi economica e dall'opposizione degli altri libanesi da' segni di cedimento...


L'Iran degli ayatollah sta perdendo la sua battaglia e lo sa. E come capita spesso nella vita a chi si trova ad affrontare un ostacolo troppo grande, invece di essere realistico si lascia andare a l'illusione di poter ribaltare tutto. Eppure a occhi esterni, allo sguardo freddo e disincantato dell'osservatore, la situazione è chiara: nella complicatissima scacchiera mediorientale, dove ogni pedina nera può diventare bianca in un attimo, e dove l'unica regola osservata è che nessuna vittoria è definitiva, l'Iran sta perdendo ogni mossa, sta vedendo fallire ogni strategia. La fine non sarà domani ma intanto la tendenza è cristallina: la dittatura teocratica si sta scivolando verso un piano inclinato e alla fine del percorso non ci sarà salvezza.


E' arrivata una notizia incredibile che rende bene l'idea di come la rivolta di questi giorni non sia come quelle cicliche che negli ultimi anni hanno colpito come brevi fiammate senza esito l'Iran: i giovani e coraggiosi oppositori del regime hanno osato « uccidere il padre», hanno colpito il simbolo stesso della rivoluzione del 1978, l'avatar che nessuno osava nemmeno nominare: hanno bruciato la casa mausoleo di Khomeini. L'ayatollah Khomeini, cioè la guida spirituale dell'Iran...


Chi ha memoria di quei giorni memorabili del 1979, quando prese il potere a Teheran ne mantiene un ricordo indelebile. Era appena caduto Reza Pahlavi, lo scià che come un'apprendista stregone aveva modernizzato l'Iran, ma ne aveva perso il controllo. Era una dittatura relativamente moderata rispetto a tante altre (anche se la Savak, la polizia politica non si faceva problemi a torturare i dissidenti: comunque quasi dei boy scout rispetto all'attuale polizia morale iraniana, la Gast-e-ersad), ma le contraddizioni della modernizzazione del Paese, che da una parte era decollato economicamente, ma dall'altra aveva lasciato grandi sacche di povertà aveva permesso al clero assolutamente reazionario (aggettivo in puro stile retrò, ma nessuno più di Khomeini lo merita) di scatenare una rivoluzione.


Cosa davvero notevole da ricordare fu una rivoluzione del tutto insolita, che lasciò il mondo sbalordito. Fino a pochissimi anni prima sembrava che l'Iran fosse uno dei più solidi alleati degli Stati Uniti: la CIA non si aspettava assolutamente che il regime potesse crollare. E quando avvenne la rivoluzione toccò ai comunisti occidentali illudersi: pensavano che presto i comunisti locali prendessero il potere, esautorando i religiosi islamici. Andò diversamente.


Ora di nuovo è tempo di rivoluzione. E cercare di fermarla è «come buttare una manciata di sabbia nel mare: tutto svanisce».


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