"Riservato", la storia della vigilanza del Pci raccontata da Diego Simioli
- Marco Travaglini
- 10 ore fa
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La presentazione venerdì 12 alle 18 al Circolo Risorgimento di via Poggio 16 a Torino
di Marco Travaglini

Il titolo, quel “Riservato”, è già tutto un programma e nella sua sinteticità svela l’essenza dell’intero racconto-testimonianza di Diego Simioli, classe 1955, sulla storia della vigilanza del Pci di Torino. Formatosi politicamente frequentando la 16ª sezione del PCI di Torino in corso Giambone, intitolata a Giuseppe Bravin, un giovane partigiano gappista e medaglia d'argento al valor militare, impiccato dai nazifascisti nel 1944, Simioli diventò nel tempo uno dei pilastri della vigilanza e del servizio d’ordine. Nel libro, che raccoglie le testimonianze di Luciano Violante, Rocco Larizza, Pietro Marcenaro e Walter Veltroni, Diego Simioli affronta con coraggio il racconto di un’esperienza del tutto particolare e importante nella storia politica del più grande partito della sinistra, rendendo comprensibile il senso di una militanza talmente totalizzante da mettere in secondo piano tutto il resto, compresa la famiglia. Una esperienza di vita e di militanza politica in qualche modo “speciale” e “riservata” che è anche la storia di una grande comunità, quella dei comunisti italiani prima e poi dei partiti che da quell’esperienza hanno preso corpo, trasformandosi ma non dimenticando quelle radici. Le memorie di Diego si snodano lungo l’arco di una vita segnata dall’incontro e dalla militanza con quel partito, quella comunità dove si è formato come persona in una vicenda ricca di incontri e di episodi che lo hanno accompagnato nella vita. Sono quei compagni che incontravi alle manifestazioni o alle varie iniziative, che guidavano e salivano sulle macchine dei dirigenti con compiti di scorta in anni complicati, quando il terrorismo e l’eversione colpivano senza pietà come ricorda Luciano Violante nella sua introduzione. Compagni generosi, che hanno dedicato gratuitamente tantissimo tempo sottratto ai loro affetti, a mogli e figli, alla loro vita di tutti i giorni. Compagni che per tanti di noi sono divenuti nel tempo un riferimento costante e prezioso. Per chi non li ha conosciuti immagino sia difficile capire fino in fondo il senso del loro impegno. Erano riservati dentro quelle auto con i dirigenti di quel partito dei quali avevano ascoltato dialoghi, telefonate, conoscevano fatti, persone, episodi e aneddoti che avrebbero potuto riempire volumi di memorie e retroscena. Ma erano discreti, affidabili, riservati. E non era cosa da poco.
Ho conosciuto Diego e suo fratello Rodolfo, Beppe Scattolin e tanti altri. Persone concrete, disponibili, appassionate e intelligenti. Quella loro riservatezza non era solo frutto di una professionalità maturata nel tempo, ma il risultato di una profonda coscienza politica, di un senso della militanza e dell’appartenenza che restituiva intatta l’umanità e la passione che si portavano dentro. I loro (e non solo loro) “maestri”, Palmiro Gonzato e Pietro Cordone, sono state figure importantissime, quasi mitiche nel Partito comunista torinese del dopoguerra. Uomini tutti d’un pezzo che hanno praticato e insegnato la disciplina e il senso di appartenenza a quella comunità di donne e uomini che desiderava cambiare in meglio la società. Dai tanti aneddoti che Diego Simioli racconta, pur con la necessaria e imprescindibile riservatezza, dagli incontri con dirigenti come Giancarlo Pajetta e tanti altri, si intuisce nettamente la sostanza di quella miscela unica di passione e sentimenti che li spingeva a sacrificare tante cose, serate, notti, ferie, famiglie, per quella che ritenevano la loro missione dentro una grande storia comune.
Il mitico servizio d’ordine, composto da militanti “responsabili” e preferibilmente robusti, era principalmente destinato a prevenire, ad evitare le provocazioni e le possibili degenerazioni delle manifestazioni, innescate per lo più da provocazioni dei gruppi più estremisti, di frange di manifestanti, dei fascisti e talvolta anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico. A volte incompresi nel loro stesso partito, mai abbastanza valorizzati e ringraziati per quel prezioso e oscuro lavoro, Diego Simioli e gli altri della vigilanza sono restati molto legati e con questo libro, raccontandone almeno in parte la vicenda, è augurabile che possano venire risarciti almeno sotto il profilo della memoria per l’affidabilità, la disponibilità individuale e collettiva, la capacità organizzativa e la passione di un gruppo di militanti che ha sempre lavorato per la sicurezza e la tranquillità di tutti, anche di chi non ne condivideva le idee politiche.







































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