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"Radici", un progetto politico e culturale nella destra italiana

Alle 16.00 di giovedì 11 giugno, nella Sala Carpanini del Municipio di Torino, si presenta il libro "Radici. Dialogo sulla tradizione e il destino dell'Italia", scritto a quattro mani dal filosofo Marcello Croce e Ferrante De Benedictis, ingegnere e consigliere comunale di Fratelli d'Italia. Insieme con gli autori, partecipa il capogruppo del Pd in Sala Rossa, Claudio Cerrato e Pasquale Ferraro, moderatore dell'incontro.  


Non è mancato, nel corso di questi ultimi anni e in parallelo al governo tripartito di Destra della Meloni, un discreto dibattito culturale dettato non solo da episodi di cronaca politica, ma da un’esigenza interpretativa di più ampio respiro. Tuttavia il volume appena uscito in stampa, e scritto da Marcello Croce e Ferrante De Benedictis – storico e filosofo l’uno, ingegnere e rappresentante politico l’altro – decisamente si distanzia non solo dal pressing mediatico di commenti volti alla politica, ma anche da interventi più autorevoli, mossi da un’esigenza critica: perché “Radici” (questo il titolo del libro, edito da Giubilei-Regnani e presentato nel recente Salone di Torino) costituisce un raro esempio, sia nella forma che nelle tematiche.

Raro nella forma, perché consiste in un dialogo nel quale si confrontano due uomini di cultura della Destra storica, appartenenti a due generazioni. Croce appartiene al “lungo viaggio” di una generazione cresciuta nel dopoguerra; mentre, invece, l’esperienza umana di Debenedictis appartiene al tardo Novecento, al tempo che si potrebbe definire del travaglio europeista e della globalizzazione che coinvolse l’Italia nel difficile momento di crisi storica dei partiti e di scomparsa dello Stato sociale costruito nel XX secolo. Prima di tutto, dunque, un dialogo tra due generazioni; attraverso il quale, altresì, si confrontano vivacemente due sensibilità culturali molto diverse tra loro, tese però da un intento ambizioso, quello di un progetto politico originale.

La questione posta da Debenedictis è la nascita in Italia di un movimento conservatore, capace di interpretare i problemi presenti attraverso il rapporto con l’intera tradizione italiana, e alla luce di una forte istanza comunitaria. Da parte sua, Croce incalza con riferimenti concettuali di ordine storico e filosofico allo scopo di discuterne le difficoltà e consentire alla ricerca di allargare i suoi confini. È la forma del dialogo a suscitare interesse, perché fa partecipare anche il lettore come un terzo antagonista, coinvolgendolo nel continuo domandare che percorre i grandi temi dell’Italia del nostro tempo, continuamente messi sotto i riflettori della storia, quella recente e quella antica, con riferimenti anche ai classici che hanno rappresentato la cultura della Destra nobile e a quella delle “intelligenze scomode” del Novecento.

Il dialogo offre dunque il confronto tra due prospettive, quella di tipo scientifico di Debenedictis, limata anche dalla militanza politica come forza di opposizione nell’amministrazione della città di Torino, e quella umanistica di Croce, portata a misurare le questioni alla luce della letteratura politica europea. Non c’è dubbio, invero, che un progetto conservatore rivolto all’Italia contemporanea presenti l’immediata difficoltà di sottrarlo ad almeno due pregiudizi.

Il primo è quello della relativa estraneità del conservatorismo rispetto alla nostra storia unitaria, anche dal momento che questa è derivata dalle rivoluzioni liberali e dal ceppo originario della rivoluzione francese. È ben vero che, a conti fatti, l’Italia è stata unificata da una monarchia scesa in guerra con l’aiuto delle grandi potenze europee. Ma l’impulso della nostra unificazione nazionale è venuto da un pre-risorgimento di colore bonapartista e attraverso una sequenza di pur falliti moti mazziniani. Anche le figure più moderate del Risorgimento, infine, provenivano dal mazzinianesimo attraverso le camicie rosse di Garibaldi e/o i legami con la massoneria (di allora).

Ma anche assumendo il termine di conservatorismo facendo un parallelismo con quello inglese o francese, la distanza resta comunque insormontabile per la mancanza, in Italia, di una continuità storica con il proprio passato, prima del 1861. Il Risorgimento costituì una rottura, perché l’unica vera continuità storica in Italia è quella della Chiesa. Né può essere nemmeno ignorato il fatto che l’Italia è la sede millenaria della più grande custode della tradizione con la T maiuscola, cioè la Chiesa. Ma proprio la Chiesa venne in conflitto con il Risorgimento italiano, benché da tempo sia ormai acqua passata.

La storia italiana, dall’unità in poi, è stata segnata prima dal liberalismo e poi dal socialismo. E un esponente di questo ultimo era anche Benito Mussolini; né si potrebbe dire (a dispetto di una certa storiografia di parte) che il fascismo fosse un movimento conservatore.

Un secondo, ma non secondario, pregiudizio al progettare una forma di conservatorismo in Italia deriva dalla proverbiale funzione politica propria del conservatorismo anglo-sassone oppure francese di opposizione alle forme di socialismo o comunque di politica sociale, riconoscendosi nelle classi previlegiate e di lunga durata storica nel proprio Paese. Non è facile pensare a un conservatorismo che si stacchi dal ristretto riferimento alla difesa del previlegio, come vorrebbe la proposta aperta da Debenedictis nella discussione con Croce. Ma proprio questo costituisce uno dei punti di maggior interesse del libro, vale a dire la proposta di una forma di conservatorismo sociale, fondato su una moderna prospettiva di popolo. I grandi temi che sfilano nelle pagine, dall’Europa alla scuola, dall’immigrazione all’ecologia si snodano sul filo conduttore di un’identità comunitaria.

Questa è la chiave giusta, secondo gli autori del dialogo, per coniugare le istanze che oggi sembrano impazzite nella separazione e nell’antagonismo reciproco, ove ciascuna prosegue inesorabilmente a decadere: patria, famiglia, lavoro, scuola, natura, Europa.

 

 

 

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