Sanità, il naufragio della Riforma Schillaci: le Case di comunità vivono di personale, i muri sono soltanto un contenitore...
- Rosanna Caraci
- 18 ore fa
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di Rosanna Caraci

Il Governo Meloni corre il rischio di essere il più longevo della storia repubblicana ma anche quello che non è riuscito a portare a compimento alcuna riforma. Incredibile, ma vero, nonostante il propagandismo dell'architetto in capo di Palazzo Chigi.
Dopo quella sulla Giustizia, affogata dalla marea di “no” al recente referendum, anche quella sulla medicina territoriale non ha finora avuto miglior fortuna, benché il ministro della Sanità Schillaci sia di avviso diverso e continui a dichiarare che la sua idea è buona e deve solo trovare la sua migliore applicazione. Come a dire che l’idea è buona, ma non è stata capita, più o meno come quei politici che non si arrendono a una realtà diversa da quella teorizzata.
Di certo c’è che, ad oggi, il naufragio della riforma Schillaci fa intravedere tempi bui per le Case di comunità che corrono il rischio di essere scatole vuote. Le Case della Comunità, infatti, rappresentano il perno della riforma dell'assistenza territoriale prevista dal PNRR, in via di scadenza tra poche settimane, e dal DM 77/2022; esse sono strutture territoriali dove cittadini possono trovare in un unico luogo medici di medicina generale, infermieri di comunità, specialisti ambulatoriali, servizi sociali, diagnostica di base e coordinamento dell'assistenza domiciliare. Insomma, molto. Del resto, almeno nelle intenzioni del Ministero, la riforma Schillaci della medicina territoriale nasceva proprio per risolvere il principale punto debole delle Case della Comunità: avere edifici senza professionisti stabilmente presenti.
Le infrastrutture finanziate con il PNRR
Semplificato, il ragionamento della riforma naufragata era questo: il PNRR ha finanziato soprattutto infrastrutture (edifici, tecnologie, ristrutturazioni); il DM 77 ha definito il modello organizzativo delle Case della Comunità, ma molte strutture non sono diventate pienamente operative perché medici di famiglia, infermieri e specialisti continuano a lavorare prevalentemente in reti separate.
La riforma proposta da Orazio Schillaci puntava a fare delle Case della Comunità il "cuore" dell'assistenza territoriale e dei medici di famiglia il "motore" del sistema. L’idea di fondo prevedeva medici che restano convenzionati con il SSN e medici che scelgono un rapporto di dipendenza con il Servizio sanitario regionale per svolgere funzioni più strutturate nelle Case della Comunità.
In entrambi i casi, l'obiettivo era aumentare la presenza organizzata nelle Case della Comunità, con orari programmati; un lavoro in équipe con infermieri e specialisti; la presa in carico dei pazienti cronici; l’utilizzo integrato del Fascicolo Sanitario Elettronico; il coordinamento con servizi sociali e assistenza domiciliare.
Una riforma dal Ministero giudicata necessaria a fronte del monitoraggio nazionale che ha evidenziato una forte distanza tra strutture aperte e strutture realmente funzionanti. Secondo i dati citati nel dibattito sulla riforma, a fine 2025 erano programmate 1.715 Case della Comunità, 781 avevano almeno un servizio attivo ma solo 66 risultavano complete rispetto agli standard previsti. In pratica, il problema non era più costruire i muri ma riempirli di professionisti.
Il Piemonte è un esempio tipico di questa situazione. La Regione ha investito molto sulla realizzazione delle strutture, ma il passaggio decisivo resta garantire personale e organizzazione. Da questo punto di vista la riforma Schillaci è stata pensata proprio per evitare che le 96 Case della Comunità previste diventassero una rete di sedi con servizi parziali, anziché il vero punto di accesso alla sanità territoriale.
Il nodo politico e sindacale si attorciglia intorno all'autonomia dei medici di famiglia. I sostenitori della riforma giurano che senza una presenza strutturata dei medici le Case della Comunità non potranno mai funzionare come previsto. I sindacati della medicina generale temono invece una progressiva trasformazione del medico di famiglia in un dipendente del sistema sanitario, con perdita di autonomia professionale. In altri termini, sostanza, la riforma Schillaci non nasce per creare le Case della Comunità — quelle erano già previste dal PNRR e dal DM 77 — ma per cercare di risolvere il problema che oggi appare più evidente: come farle funzionare davvero una volta costruite.
Per questo ad oggi la proposta di riforma è entrata in una fase di forte stallo e ha subito una battuta d'arresto molto pesante. Una riforma bloccata anche dalla stessa mancanza di consenso largo e coeso nella stessa maggioranza di governo.
Medici di famiglia, perno centrale
Il punto centrale del conflitto è presto diventato il ruolo dei medici di famiglia nelle Case della Comunità: Ministero e molte Regioni volevano aumentare la presenza strutturata dei MMG nelle Case della Comunità; sindacati dei medici, in particolare la FIMMG, si sono opposti a modifiche percepite come un avvicinamento alla dipendenza dal SSN; all'interno della maggioranza sono emerse posizioni divergenti sul superamento del modello convenzionale tradizionale. E nonostante ad oggi il Ministro Schillaci continui a dichiarare che la riforma non è abbandonata e che si cercherà una soluzione, l’idea è che anche questa volta non cambierà nulla.
Mancanza di visione e condivisione con le parti? Tempo male utilizzato per poi trovare una soluzione, impossibile, in volata? Difficoltà di alcune categorie nel nostro Paese a guardare alla riforma del proprio status e quindi allergiche a ogni tipo di cambiamento?
Forse il vero fallimento non è tanto quello della riforma Schillaci, quanto quello del progetto delle Case della Comunità destinato a vedersi fortemente depotenziato dopo essere nato sull’onda emozionale del post covid, se non si trova una soluzione organizzativa alternativa.
Nel caso del Piemonte, dove risultano previste 96 Case della Comunità, ma solo una quota molto ridotta è pienamente operativa, la questione del personale è probabilmente più importante della questione edilizia. In altre parole: i muri si possono costruire con i fondi PNRR; far funzionare i servizi richiede personale e organizzazione per i prossimi decenni. La domanda che oggi molti dirigenti sanitari si pongono non è "quante Case della Comunità aprire?", ma "con quali medici e infermieri tenerle aperte tra 5 e 10 anni?". Questa è la questione che la riforma Schillaci cercava di affrontare e che, per ora, resta sostanzialmente irrisolta.









































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