Assalto al Monte... dei Paschi: corpo a corpo tra Messina e Castagna
- Stefano E. Rossi
- 9 giu
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 10 giu
L'offerta di Intesa Sanpaolo ha scatenato un nuovo risiko bancario
di Stefano E. Rossi

Intesa Sanpaolo era stata finora alla finestra, a guardare le mosse degli altri dall’alto della sua posizione di leadership. Non dava a vedere che potesse interessarle il nostrano risiko bancario. Invece, mentre l’assetto della finanza italiana si stava ricomponendo intorno a player (protagonisti) sempre più influenti, il top management in silenzio covava la sua strategia. Ed è così che, alla fine, la prima banca italiana è uscita allo scoperto. Ha tirato fuori dal portafoglio 30 miliardi di euro ed è andata a prendersi quello che più le piaceva: Mediobanca e Generali. Ma tutti gli altri non sono d’accordo, chiaramente. Ed il primo ad esporsi è stato il Banco BPM.
Probabilmente non ci sono mai state ruggini tra loro, ma i punti di sovrapposizione tra i destini e le ambizioni di Carlo Messina e Giuseppe Castagna sono evidenti. L’uno, l’attuale CEO (capo dell’esecutivo) di Intesa Sanpaolo, e l’altro, l’Amministratore Delegato del Banco BPM, si stanno fronteggiando a colpi di dichiarazioni e controdichiarazioni, offerte e controfferte su una nuova trincea, quella della supremazia bancaria.
I due si erano già incontrati a Torino, sulle pendici di un grattacielo allora in costruzione e che ora domina il centro finanziario di piazza San Carlo. Era il giugno del 2013 quando Castagna dovette rinunciare, proprio a vantaggio di Messina, al ruolo che da poco stava assaporando, quello di Direttore della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo. È il ramo commerciale al quale fanno capo tutte le filiali della banca, vero trampolino di lancio per la guida dell’intero gruppo. E Carlo Messina, quando ha raggiunto l’incarico, se l’è tenuto ben stretto. Anzi, in poco più di un anno l’ha capitalizzato, assurgendo a capo assoluto: Direttore Generale, Consigliere Delegato e Chief Executive Officer (CEO).
Castagna, uscendo, si è presto reinventato un ruolo alla testa di BPM, la Banca Popolare di Milano. Qui dentro, non senza fatica, ha man mano aggregato la maggior parte delle banche popolari del nord Italia, costruendo uno dei poli finanziari italiani di maggior influenza.
Ora sembra tornato il momento di incrociare le lame. La battaglia finale tra i due si sposta sul piano scosceso della conquista di un Monte, dei Paschi, a Siena. Ma oltre il monte o, come diceva Francesco De Gregori, dietro la collina c’è Generali. È questo il vero e succulento bottino sul quale tutti vogliono mettere le mani. Il primo a muovere pareva essere Giuseppe Castagna. Ma quando, domenica, arriva inaspettata dallo staff di Banco Bpm la notizia dell’interessamento per MPS, si comprende ben presto che si tratta poco più di una mossa di disturbo. Oltretutto, si rivela subito un azzardo frettoloso e un po’ avventato, sia per tempi e modalità di comunicazione, che per i termini operativi di dettaglio. Quando si prospetta una fusione tra pari, ma senza toccare niente, dai marchi alle identità, può risultare difficile trovare altri artifizi per dare gambe e credibilità a un progetto industriale d’integrazione già fragile nei suoi presupposti.
La vera proposta per l’acquisizione della banca senese era infatti allo studio di Intesa Sanpaolo, in partnership con l’emiliana Unipol e la sua collegata Bper Banca. L’annuncio dell’offerta pubblica di acquisto e scambio (OPAS) è molto allettante per gli azionisti. Lunedì mattina ai recinti di borsa, appena si sbandiera l’avvio delle contrattazioni il titolo di Siena schizza subito verso l’alto. A fine giornata regista uno spettacolare +12,96%. Il messaggio di Carlo Messina è forte e chiaro. Ogni 10 azioni Mps, se ne riceveranno 16 di Intesa Sanpaolo, rivenienti da un aumento di capitale, oltre al pagamento cash di 10 euro.
I soci di Monte Paschi dovranno decidere con chi stare. Tra essi c’è anche lo Stato, con una partecipazione residua dell’11,7%. Le indiscrezioni governative non si fanno aspettare. Trapela che il governo intenderebbe tirarsi fuori. Venderà la partecipazione in anticipo sui tempi previsti. Come dirgli di no, si tratta di approfittare di un buon affare. L’offerta pubblica incorpora un premio del 12,5%, ma a ben vedere le cose per lo Stato andrebbero ancora meglio. Da venerdì sera, in due giorni il prezzo di borsa si è già rivalutato di oltre il 16% (da euro 8,945 a 10,4). Tutto un altro valore rispetto a quello al quale, un anno e mezzo fa, era stato venduto il 15% della partecipazione statale. Ai tempi, l’azione era stata trattata a euro 5,792, quasi la metà di oggi. È un altro esempio che dimostra quanto sia difficile per sia per l’azionariato pubblico, che per quello privato resistere alle tentazioni di Carlo Messina.
Ma la sfida è ancora agli inizi e l’esito non è affatto scontato. L’effetto sorpresa voluto da Intesa Sanpaolo ha funzionato. Però, è anche certo che tutti quelli che potranno creare delle difficoltà non si tireranno indietro. Inoltre, non si sono ancora concluse le operazioni societarie che riguardano la recente vicenda dell’Ops di Banca MPS su Mediobanca. Questo potrebbe complicare non poco l’offensiva di Intesa Sanpaolo.
Infine, non dobbiamo dimenticare che la stessa preda, cioè Banca MPS, da quando è guidata dall’AD Luigi Lovaglio si è rivelata più volte capace di un’inaspettata reattività e di clamorosi colpi di scena.
Comunque vada, quello che la vicenda insegna è che la tendenza alla concentrazione bancaria non è ancora finita. Torneremo quindi a fare i conti con le logiche superiori dell’efficienza da sinergie come, ad esempio, altre chiusure di sportelli, la riduzione del personale complessivamente impiegato nel sistema bancario e con il credit crunch. Quest’ultimo, insieme al ridimensionamento delle preesistenti occasioni di lavoro dipendente, è il fenomeno più ricorrente e preoccupante. Il credit crunch viene messo in atto da parte della banca che ne incorpora un’altra, con la definizione di un programma di tagli generalizzati ai fidi dei clienti originariamente affidati da entrambe.
A questo punto, viene anche da considerare come manchino solo pochi passi per traguardare la banca unica. Con tale scenario il sistema bancario si rafforzerebbe di sicuro, ma non è facile capire cosa ne sarebbe dell’economia e dell’accesso al credito di imprese e famiglie. Infatti, se osserviamo tutte le precedenti fasi di espansione economica, del rivedere le quali si sta ormai perdendo la fiducia, notiamo come siano sempre state accompagnate dal coinvolgimento attivo e convinto delle banche, in concorrenza tra di loro. Il sostegno ininterrotto all’iniziativa d’impresa potrebbe allora vacillare, di fronte a un sistema monolitico o anche solo di oligopolio, caratterizzato dai sempre più esigui stimoli alla competizione interna.











































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