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Per passione, non solo musica e parole...

Il mondo sempre diverso e le emozioni eternizzabili di Vasco Rossi

a cura del Baccelliere


Wikipedia, pubblico dominio.                                               Vasco Rossi nel 1975
Wikipedia, pubblico dominio. Vasco Rossi nel 1975

I concerti pop sono diventati una specie di rito. La chiamata a raccolta del popolo dei fan ha di fatto superato il senso dell’esibizione. Esserci, cantare, fare massa con il resto del pubblico è qualcosa che va oltre l’esibizione e l’ascolto.

Siamo a inizio giugno. Il calendario ci dice che siamo in primavera. Il clima ci riporta all’estate. Da qualche anno questo è il mese della tournée di Vasco Rossi. Vasco - a dispetto del cognome assai diffuso il nome lo è meno e basta ad identificarlo - è il santone di questo rito collettivo che trascende il semplice concerto. Le sue esibizioni assumono la forma di grandi raduni identitari, in cui il pubblico non si limita ad ascoltare canzoni ma celebra una visione della vita fatta di libertà, fragilità, eccessi e riscatto. Il concerto diventa così un'esperienza comunitaria, quasi liturgica, in cui migliaia di persone cantano all'unisono riconoscendosi in una storia comune.

La particolarità di Vasco sta nel fatto che questo meccanismo si ripete da anni, diverso e immutabile. Diverso perché nel corso dei decenni sono cambiate molte cose. La scaletta prima di tutto, tanto che ultimamente l’avvio è preceduto da alcune anticipazioni che riguardano i brani che saranno recuperati da un repertorio molto ampio e in certi casi poco sfruttato. Sono cambiati i musicisti che lo accompagnano. Vasco ha sostituito i membri della band che lo aveva sostenuto agli albori dell’avventura negli stadi. Di tutti è rimasto il bassista Claudio Golinelli detto “il Gallo”, che ha avuto molti problemi di salute e quest’anno appare solo come ospite. Gli arrangiamenti sono passati dal rock al pop e ultimamente non rinunciano a un certo gigantismo produttivo, davvero “da stadio”. Ciononostante il rito è immutabile perché è sempre la stessa l’emozione che il pubblico cerca, un’emozione che sa di rivelazione. Vasco è autentico ed è percepito come tale.

Bene, ma tutto questo cosa c’entra con la musica? Questo è il nodo cruciale. Vasco è carisma. Un carisma che viene dalle canzoni e va oltre. Al punto che il personaggio prevale sull’opera. La dimensione sociale della musica prende il sopravvento su quella estetica. Come dimostrano in altri contesti inni nazionali, marce militari, cori da stadio, ma anche l’opera lirica o la musica da film, raramente la musica è solo musica. Nel caso di Vasco ci si trova di fronte a un bivio: si può ritenere che l’appartenenza a una comunità abbia oscurato, trasceso, tradito la dimensione artistica, oppure considerare la capacità trascendente stessa come una parte essenziale del suo valore artistico.

Questo modo di vivere l’evento musicale ha radici in un passato glorioso, quello dei grandi raduni degli anni Sessanta e Settanta - da Woodstock in poi. Questi però contenevano la rappresentazione di una visione collettiva del mondo, un’alternativa, un’utopia che guardava al presente con gli occhi del futuro. Inoltre la musica come innovazione e sperimentazione era centrale, sia pure incanalata nell'esperienza di sentirsi parte di qualcosa di più grande del singolo individuo.

Vasco ha invece portato l'elemento rituale a prendere il sopravvento su quello propriamente musicale. Questo ci costringe a interrogarci sul valore della musica: risiede nell'innovazione artistica, nella capacità di rinnovare linguaggi e forme espressive, oppure nella sua capacità di entrare nella vita delle persone, di accompagnarne le esperienze e di sedimentarsi nella memoria collettiva? È una domanda che va ben oltre il caso Vasco. Qui ci fermiamo anche se non possiamo non citare un esperimento intitolato Vasco alla Scala, che vide le canzoni del nostro arrangiate, coreografate e riproposte sul palco del teatro milanese. Una decontestualizzazione - soprattutto una deritualizzazione - interessante e riuscita [1].


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