Torino al bivio: capitale delle armi o capitale di un'economia di pace?
- Caterina Mele
- 9 giu
- Tempo di lettura: 6 min
di Caterina Mele

Il messaggio lanciato dal cardinale Repole per la festa del 1° Maggio “Eravamo città delle auto vogliamo diventare città delle armi?” ci interroga profondamente, e si ripropone con estrema e drammatica attualità osservando le crisi internazionali, sul presente e sul futuro di Torino e del suo territorio. Torino fu scelta nel 1563 dalla dinastia sabauda per diventare la capitale del ducato al posto di Chambery, l’ascesa al ruolo di capitale, prima del Regno di Piemonte e Sardegna e poi, nel 1861, del Regno d’Italia, ha caratterizzato quasi tre secoli di storia della città. Nel volgere di pochi anni tuttavia, nel 1865, l’abdicazione in favore di Firenze e poi di Roma aprì una grave crisi economica e sociale, da cui Torino uscì in circa trent’anni divenendo poi una delle principali città dell’industria manifatturiera italiana, capitale indiscussa della produzione automobilistica per quasi un secolo.
Il processo di deindustrializzazione comune a tutto l’Occidente, e la profonda crisi in cui è venuta a trovarsi la città negli ultimi decenni con la progressiva dismissione della produzione automobilistica, hanno creato una situazione che ha delle analogie con il passato e, ora come allora, richiede uno sforzo di “buona volontà” da parte di tutti gli attori cittadini, per indirizzare l’economia della città in una nuova direzione, capace di offrire slancio e visione di futuro.
Quale visione e quale futuro può offrire la riconversione del tessuto produttivo esistente all’industria bellica, sostenuta dalle scelte di riarmo europeo? Le analisi dettagliate dei report pubblicati dal 2023 in poi da Sbilanciamoci, da Greenpeace (Arming Europe) e dalle reti Pace e Disarmo, sul trend in salita, ormai decennale, degli investimenti in spesa militare dei vari paesi e in particolare dei Paesi UE Nato, mostrano con chiarezza che la spesa militare non è un driver efficace di crescita economica, e che non contribuisce realmente a diminuire la disoccupazione o la sottoccupazione. Al contrario, in un contesto di stagnazione economica o di crescita scarsa, una grande concentrazione di risorse nella spesa militare va a discapito di altri tipi più produttivi di spesa pubblica, come gli investimenti nell’ambiente, nell’istruzione o nella sanità, e nel medio e lungo periodo finisce per inibire traiettorie economiche alternative.
Nel contesto europeo la brusca sterzata verso un’economia militarizzata, lanciata nel 2025 dal piano ReArm EU/Readiness che consente agli stati di investire per la Difesa (forse bisognerebbe iniziare a discutere criticamente anche del significato di “difesa”) fino a 800 miliardi di euro entro il 2030, rappresenta la più incredibile e incomprensibile inversione di rotta delle istituzioni europee, soprattutto nei confronti delle politiche in materia di contrasto al cambiamento climatico e agli obbiettivi di sostenibilità ambientale e sociale dell’Agenda 2030.
Dov’è finito il Green Deal e il piano di neutralità climatica da raggiungere al 2050 con il Next Generation EU e il REPower EU dai paesi dell’Unione Europea, varato nel 2019 dalla stessa commissione che ora promuove un’economia armata? Tralasciando altri dati, è stato stimato che, se attuato, tale piano, genererà fino a 218 milioni di t di CO2 in più ogni anno (CEOBS[1] 2025), con danni climatici enormi, ed è evidente che in un siffatto quadro, qualsiasi obbiettivo dichiarato di decarbonizzazione resterà per sempre irraggiungibile e privo di un concreto fondamento.
Tornando al contesto territoriale torinese, segnato profondamente dalla progressiva dismissione industriale e dall’abbandono della produzione di autoveicoli, per la trasformazione della Fiat in una multinazionale globale a trazione estera, occorre dare una risposta concreta alla domanda posta dal Cardinale Repole: “Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?”. Se, come è auspicabile, la risposta è no, allora occorrerà un grande sforzo collettivo di tutte le componenti economiche e produttive cittadine, del mondo imprenditoriale, delle lavoratrici e dei lavoratori, dei movimenti e delle associazioni di cittadinanza attiva e di tutti coloro che nell’università e nella ricerca si riconoscono negli obbiettivi di pace e disarmo, per delineare delle proposte che coinvolgano le istituzioni territoriali e da un livello programmatico sappiano scendere a soluzioni concretamente percorribili, per rilanciare modelli produttivi coerenti con un’economia di pace. Pace e lavoro non sono opzioni alternative, ma al contrario sono due dei pilastri su cui si fonda la nostra democrazia e la nostra carta costituzionale: “l'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro” (art.1) e "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” (art.11).
Gli obbiettivi di decarbonizzazione, di cura e riparazione del territorio possono offrire molteplici potenzialità di investimento e rilancio, il dimenticato Green Deal offre non solo una visione positiva del futuro, ma una traiettoria concreta di conversione della nostra economia, fondata ora sul sovrasfruttamento delle risorse terrestri e degli esseri umani, in una compatibile con la capacità di rigenerazione della natura e rispettosa dei diritti umani e ambientali. Da fonti diverse, scientifiche, economiche e sociali sono già state indicate da tempo linee di indirizzo e di azione possibili sia a livello nazionale che locale.
A titolo esemplificativo (non esaustivo) nel nostro territorio potrebbero essere attivate, e se già esistenti potenziate, filiere produttive legate alla realizzazione, istallazione e manutenzione di impianti di energia rinnovabile; filiere dedicate alla produzione di sistemi e mezzi di mobilità collettiva sostenibile, incrementando e rinnovando il trasporto pubblico metropolitano, anche con soluzioni innovative come a Trento, dove Trentino Trasporti e la Fondazione Kessler si accingono a produrre per il 2030 un “Taxi Ferroviario” a guida autonoma, frutto di una start up, che mira a potenziare l’offerta di mobilità collettiva riutilizzando tratti della rete ferroviaria locale sottoutilizzata.
Potrebbe inoltre essere realizzata una articolata e completa infrastruttura ciclabile metropolitana, come a Copenaghen, dove esiste una rete di 350 km di piste ciclabili, che insieme al trasporto pubblico permette ai cittadini una mobilità capillare e sostenibile. Il nostro territorio inoltre, vocato da lungo tempo alla produzione manifatturiera, esprime ancora manodopera qualificata e competenze che potrebbero essere aggiornate e indirizzate alla produzione di automobili e batterie elettriche (si veda il recente sondaggio di Alleanza Clima Lavoro). Un altro capitolo, noto ma condotto con discontinuità dalle politiche istituzionali nazionali e locali, riguarda il rinnovo e la riqualificazione del parco edilizio esistente, che oltre al comparto strettamente edilizio coinvolge competenze e produzioni di materiali, componenti meccanici, impiantistici e strutturali, comparto importante anche per combattere la cosiddetta povertà energetica di molte famiglie.
Altri settori da attivare o riattivare per il loro valore strategico riguardano il recupero e il riciclo di materiali e di componenti elettronici. Sul fronte urbano inoltre, urgono azioni volte a migliorare la resilienza della città per mitigare gli effetti delle isole di calore e i fenomeni metereologici estremi, compresi i periodi di siccità prolungati. Servono tecnici preparati per progettare soluzioni di cura e riparazione basate sulla Natura (NBS) e sui servizi ecosistemici naturali, così si sta già facendo in moltissime città del mondo.
Non sono proposte nuove, molte sono note (si veda ad es. il “Piano di resilienza climatica”, Torino, 2020) ma si stenta ad attuarle. Pare più facile rincorrere le sirene del riarmo e i miliardi promessi alle aziende che producono armamenti che, come Leonardo, stanno facendo utili da capogiro tra commesse e quotazioni in Borsa, aziende che in mancanza di concrete proposte alternative, finiscono per diventare interlocutrici privilegiate delle istituzioni territoriali. Occorrono scelte di politica industriale prive di ambiguità, e linee di indirizzo che possano guidare strategie, investimenti e formazione. La formazione superiore e universitaria può (e a mio avviso deve) sviluppare percorsi formativi inclusivi e adeguati ad affrontare questa complessa sfida ambientale, sociale ed economica e insieme alle istituzioni e ai partenariati locali, contribuire a mettere in evidenza le migliori buone pratiche che già esistono, da cui trarre esperienze positive esportabili.
A questo proposito, in un recente seminario residenziale nella città di Iglesias organizzato dall’Università di Cagliari, nell’ambito del Dottorato di Interesse Nazionale in Peace Studies di cui faccio parte come docente, ho avuto modo di confrontarmi con una realtà complessa, costituita da un territorio in cui esistono elementi di grande valore ambientale, devastato dall’industria estrattiva in abbandono e minacciato dalle basi militari, e in cui l’industria degli armamenti in espansione si propone, come principale, se non unica alternativa di lavoro. Pur nelle differenze vi sono delle analogie con il contesto torinese. Nel Sulcis iglesiente esistono tuttavia realtà associative, comitati, società professionali e di servizi, piccoli produttori locali che attraverso azioni concrete, dal basso, stanno costruendo da tempo proposte alternative all’economia di guerra nell’ottica della valorizzazione del territorio e del suo risanamento.
In particolare hanno creato un progetto “warfree” (https://www.warfree.net/), che è anche un marchio, a cui aderiscono diverse realtà locali grandi e piccole, che si propone di “offrire alla politica e all’opinione pubblica un segno di economia positiva per testimoniare le strade alternative all’industria delle armi e all’estrazione di valore” offrendo lavoro dignitoso e proposte di pace. Con le dovute differenze, il progetto warfree, potrebbe essere esportato, come esempio di best practice, in tutte le realtà produttive in sofferenza e quindi anche nel nostro territorio, come punto di partenza per costruire una piattaforma di proposte alternative all’economia di guerra e trasformare nuovamente Torino in città capitale, non delle armi ma di un’economia di Pace.
A monte di tutto questo infine, si dovrebbe iniziare a mettere seriamente in discussione un modello economico e produttivo che ha come unico vero obbiettivo il profitto e la crescita economica illimitata, non sostenibile in un sistema finito come quello terrestre, un modello altamente energivoro, che si fonda sulle diseguaglianze e produce scarti, tra gli esseri umani e nell’ambiente, in una spirale sempre più distruttiva, fino all’atto più perverso di tutti, la guerra.
Note
[1] Conflict and Environment Observatory











































Commenti