Alla ricerca della sovranità europea dal crollo del muro di Berlino
- Marcello Croce
- 12 ore fa
- Tempo di lettura: 5 min
di Marcello Croce

La fine dell’ordine mondiale di Jalta è derivata da una complessità di cause che hanno fatto franare i due blocchi in modo parallelo: più clamorosa la disfatta di quello orientale, ma non meno rovinosa la frana del blocco occidentale. In entrambi i casi, l’epicentro del crollo si annidava nel cuore dei sistemi-guida, quello comunista sovietico e quello capitalista americano.
A est, la caduta venne accompagnata dal fallimento della politica economica dirigista, che ebbe per conseguenza la saturazione di un sistema di monopolizzazione burocratica, ovvero di una oligarchia rimasta travolta da un processo competitivo impari (con l’ovest). Il decennio di Eltsin ne rappresentò l’apogeo, allorché dal 1989 un gruppo ristretto di uomini d’affari s’impadronì dei punti di forza strategici dell’impero (petrolio, gas, metalli, banche). Il pensiero qui corre a un profeta oggi quasi ignorato, George Orwell.
A ovest, la caduta gemella si produsse nell’implosione di un sistema analogamente ipertrofico, vittima della propria voracità onnivora declinata in forma di ebbrezza liberistica, al traino di un’oligarchia definitivamente separata, chiusa nei propri sogni di potenza tecnologica. E più che mai anche qui, coi suoi Musk, i suoi Andreessen, i suoi Horowitz, i suoi Lonsdale la realtà odierna degli Usa esce dal mondo di 1984.
Mi preme evidenziare soprattutto il fatto che quella stessa Europa che nel 1989 festeggiava la “caduta dei sistemi comunisti”, ovvero il ritorno all’indipendenza di quella parte del continente occupata dall’esercito sovietico alla fine della Seconda guerra mondiale, e la riunificazione della Germania, oggi a sua volta si ritrova “liberata” dal predominio della superpotenza americana, la cui euforia dei primi anni, pervasa dall’ingombrante mascherone trumpiano, sta evolvendo sempre di più nell’apartheid di un sogno faustiano.
Ritorno al 1917
Il sistema di Jalta è imploso nella sua bidimensionalità, facendo tornare entrambi i contraenti alle origini della storia che dette inizio alla loro scalata del mondo, ovvero al 1917. Per chi avesse qualche dubbio, il 1917 è l’anno della rivoluzione che portò la Russia fuori dell’Europa, e contemporaneamente l’anno della prima discesa in Europa delle armate americane. Naturalmente, quando scrivo che Russia e Usa hanno fatto ritorno al 1917 sto usando una semplice metafora, per osservare che nella storia delle nazioni (specialmente di quelle “imperiali”) c’è una costante che torna ad affacciarsi periodicamente, dopo una grande crisi. Gli esperti la chiamano geopolitica, ma certamente essa è qualcosa di più e potremmo chiamarla destino.
Il destino della Russia oggi è un problema di confini che riapre una questione che pareva sopita e neutralizzata dal confuso globalismo culturale emerso dopo l’89, il rapporto tra nazione e territorio. A molti ingenui pare impossibile che lungo il corso tormentato del Dnieper, nell’immenso areale geografico oggi conteso fra Russia e Ucraina, si torni a combattere nel nome della nazione di appartenenza.
La questione ucraina ha origine dalla frantumazione dell’Europa con la fine degli Imperi europei (la fine di quello britannico aspettava l’arrivo di Churchill). Mi conforta l’attualità di un romanzo come La Guardia Bianca, l’epica vicenda dei fratelli Turbin che si svolge nella tempestosa Kiev dell'inverno 1919-1920, cioè al tempo della guerra civile che pose fine alla Russia degli Zar. Essa venne narrata da Michail Bulgakov negli anni Venti del Novecento: ed ebbe un’odissea a dir poco drammatica, come fu la vita dello scrittore. Singolare che la prima edizione, incompleta e subito proibita, ebbe una prima traduzione in Italia nel 1928, ad opera di Ettore Lo Gatto (grazie ai contatti che il grande slavofilo italiano aveva con la rivista russa che ne pubblicò la prima versione). Uscita in Russia solo nel 1966 (e ancora sotto censura), a noi lettori italiani pervenne l’anno successivo grazie al genio editoriale di Giulio Einaudi, ancora tradotta da Lo Gatto. Una versione completa in Russia si ebbe solo nel 1989.
Ne consiglio a mia volta, modestamente, la lettura: perché offre un paragone prezioso per comprendere il senso e la ragione di un conflitto che non a caso oggi è tornato a riaprirsi con la fine dell’ordine di Jalta. Basti solo accennare al fatto che il grande scrittore russo nacque e visse l’infanzia proprio nella città di Kiev. La sua lingua è il russo. I protagonisti del romanzo, i fratelli Turbin, difendono la parte “bianca” della guerra civile che pose fine alla dinastia dei Romanov. Il “nemico” invece è Petljura, capo del movimento indipendentista ucraino; e, sullo sfondo, i bolscevichi di Lenin, destinati a riportare la nazione ucraina nel nuovo ordine sovietico.
Oggi, quella parte di Europa compresa fra il Dnieper e il Dniester è tornata ad essere il terreno di una guerra di cui, e in cui, l’Unione Europea è a un tempo spettatrice e corresponsabile: perché né la Russia, né le nazioni europee hanno ancora saputo accettare la fine di Jalta, la grande svolta storica che obbligava tutti i popoli d’Europa a intrecciare un nuovo patto reciproco, un ordine europeo quale auspicò De Gaulle a Strasburgo nel 1959, esclamando: «Oui, c’est l’Europe, depuis l’Atlantique jusqu’à l’Oural Oui, c’est l’Europe, tout entière, qui décidera du destin du monde. …».[1]
Valori occidentali e l'Impero del denaro
Ma l’Europa “occidentale” non ha ancora conosciuto alcun risveglio nonostante le severe lezioni che le vengono ormai periodicamente rivolte dall’altra parte dell’Atlantico, il perentorio avvertimento che ora ognuno deve fare da sé. Viziata come un bambino allevato a nutella e hamburger, l’Europa “formato McDonald’s” piange e si dispera per la perdita della balia. Niente è più patetico di questo vagolare su e giù nel cortile di casa come un pugile dopo un’epica suonata.
L’Europa, che dovrebbe esultare per la fine della tutela di Jalta e della lunga perdita di sovranità continentale, rimpiange la nuova responsabilità e s’aggrappa disperatamente a ciò che resta della Nato, fingendo di ignorare che l’Alleanza atlantica altro non era che il sistema militare coerente con un Impero economico ancora tradizionale, vale a dire un sistema che si identificava ancora negli spazi terrestri e oceanici. Si tratta di un Impero del denaro, che riconduce tutto l’umano a esclusivo valore mercantile.[2]
Negli ultimi cinquant’anni questa sinistra espressione del denaro, investito nella produzione delle tecnologie di massa, destinate al consumo ludico e al campo militare, ha raggiunto il controllo di operazioni che aboliscono del tutto i vincoli naturali della fisicità nel campo delle relazioni umane. Dal punto di vista del dominio, è mutata la configurazione spazio-temporale della terra. Nel bene e nel male, significa la generazione faustiana di un antimondo.
Questo sta all’origine dell’abbandono americano del vecchio sistema di controllo militare dello spazio di terra e d’acqua, difeso e sostenuto dal 1917 fino al 1989, e territorialmente occupato dalla Nato. Non resta alla vecchia Europa che aprire gli occhi e prenderne atto, nonché ritrovare coraggiosamente sé stessa nella sua lunga storia spirituale.
Mai come oggi il mondo dei significati è l’oggetto vero della contesa. Cessi dunque l’Europa di alimentare a oriente una guerra che alla luce di queste osservazioni non può che apparire fratricida; e ritrovi nell’unità continentale e spirituale anche la profondità della terra, ciò che la civiltà atlantica maggiormente minaccia di far scomparire.
Note
[1] In piena guerra fredda, l’allora presidente della repubblica francese Charles De Gaulle dichiarò l’unità europea in uno storico discorso rivolto prima di tutto alla riconciliazione franco-tedesca, ma anche al superamento di un mera concezione economica dell’Europa “occidentale”, ad esclusione di quella parte rimasta oltre cortina.
[2] Vedi in G. Alvi, “Le seduzioni economiche di Faust” (Milano, 1989): “Ma già dai primi anni Settanta nelle Nazioni anglosassoni …i consumi sociali tendono a essere ridotti ad atti economici di compravendita o di prestito, sottoposti unicamente alla regola del tornaconto. È la tendenza che esprime nel modo più chiaro il degeneramento del capitalismo” (pag. 77).







































Commenti