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"Quella sporca dozzina" in versione russa

Aggiornamento: 28 set 2022

di Menandro


Non sappiamo se anche Putin lo abbia visto. Di recente è stato trasmesso su una rete italiana, ma dubitiamo che l'autocrate del Cremlino, con tutte le preoccupazioni che ha, passi le sue notti - a Mosca l'orologio è avanti di alcune ore - a smanettare i canali televisivi. Da parte nostra, alla notizia diffusa dallo Stato maggiore delle forze armate ucraine, secondo la quale il gruppo di mercenari della Wagner ha reclutato detenuti per rafforzare le divisioni in crisi sotto la controffensiva ucraina, siamo corsi con il pensiero al film "Quella sporca dozzina" (The Dirty Dozen), diretto nel 1967 diretto da Robert Aldrich (1918- 1983), il regista di "Quella ultima sporca meta" e di celebri western, tratto dall'omonimo romanzo di E.M. Nathanson.


Film cult, "Quella sporca dozzina" - nel 2001 l'American Film Institute lo ha inserito al 65º posto tra i cento film più avvincenti del cinema americano (https://it.wikipedia.org/wiki/Quella_sporca_dozzina), riscosse un grande successo di pubblico e di critica, e Hollywood non gli lesinò candidature e statuine Oscar. Con una trama a metà strada tra l'ironico e il drammatico, la pellicola è incentrata sulle vicende, le scelte, i risvolti psicologici, l'interpretazione del concetto di onore, lealtà e coraggio di dodici galeotti, alcuni strappati alla forca, altri al carcere a vita, che in piena seconda guerra mondiale accettano il rischio di una missione suicida oltre le linee tedesche nella Francia occupata, in cambio della libertà e di una ripulita della fedina penale. Nella storia, interagiscono ufficiali dalla schiena diritta, altri un po' curvi nel loro opportunismo, altri ancora che fanno il tifo per i detenuti, ma non possono esporsi per il grado ricoperto, nell'insieme l'esercito statunitense ne esce a testa alta, specchio della società americana che offre a tutti una possibilità di riscatto, di emancipazione, di risalita nella scala sociale.


Ora, non sappiamo che cosa abbia promesso l'esercito russo a quei condannati che si ritrovano inquadrati nei reparti in zone di combattimento. Né si è a conoscenza se sono ex militari o persone letteralmente a digiuno di addestramento militare. Ma di una cosa si è certi: per la maggioranza di essi la prospettiva è quella di una ecatombe o fisica o morale, come lo è nella narrazione cinematografica, dove cadono in scena (per poi rialzarsi) undici su dodici, con l'unico sopravvissuto, Charles Bronson, che chiude il film meditando sul sacrificio dei compagni.


Meditare sul sacrificio e sulle vittime di una guerra assurda. Confidiamo che sia quello che sta accadendo da una parte e dall'altra, con le popolazioni ucraine martoriate dai missili russi e i soldati russi, morti e feriti, invalidi nel fisico e nell'animo con le stimmate dell'aggressore, che si interrogano sull'incapacità dei "grandi" a costruire la pace, mentre sulla pelle di altri, costruiscono con leggerezza una guerra che ha perduto ogni forma di obiettivo, spinto sempre più in avanti da una vittoria come da una sconfitta. Fino a che punto, però, è difficile scoprirlo, sempre che ci diano l'opportunità di scoprirlo.

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