Politica attiva e tutela del diritto casa: un sogno spezzato non appena iniziato
- Pasquale Fedele
- 19 ore fa
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di Pasquale Fedele

A che cosa abbiamo assistito dopo il piano INA-Casa del primo dopoguerra? Al progressivo riappropriarsi della speculazione immobiliare delle fasce più fragili della popolazione, il tutto ormai istituzionalizzato da politiche di tutti i colori che promuovono la sinergia con il privato, a totale vantaggio di quest'ultimo. D'altronde, come in molti altri settori, il controllo pubblico viene considerato una blasfemia.
A fissare i tasselli fondativi di questo sistema è poi intervenuto il federalismo, che ha demandato alle Regioni la gestione dell'edilizia residenziale pubblica, senza considerare, per esempio, che la salute e la casa sono aspetti strettamente correlati e che, se correttamente gestiti, comportano entrambi un migliore utilizzo delle risorse pubbliche. Ma evidentemente passa ormai come un dato di fatto che affittare una casa sia possibile solo per chi se lo può permettere. Poco importa se, nel frattempo, si è costretti a vivere in dieci in un monolocale o, peggio ancora, in condizioni che comportano gravi rischi per la salute. Un po' come avviene per le cure sanitarie: se la lista d'attesa è troppo lunga, tanto vale rivolgersi a un centro privato.
La necessità di un piano centralizzato
Lascia alquanto sconcertati leggere recenti polemiche sul Piano Casa, sulla mancanza di alloggi pubblici, sull'emergenza abitativa, sull'assenza di dati relativi alla manutenzione degli alloggi popolari e sul numero di abitazioni vuote, sia nel mercato privato sia in quello dell'edilizia pubblica.
Forse continua a sfuggire un aspetto fondamentale: senza un piano centralizzato sull'edilizia pubblica non si può affrontare seriamente il problema. Lasciando infatti la questione in mano alle Regioni non possono che nascere battibecchi tra diverse forze politiche che, per esempio, finiscono per non consentire la costruzione di un numero maggiore di case popolari.
Se le singole ATC non hanno neppure le risorse per provvedere alle manutenzioni, si può davvero pensare che possano costruire nuovi alloggi popolari e rispondere alle esigenze dell'emergenza abitativa? Se i Comuni non hanno nemmeno i fondi per la manutenzione delle strade, delle scuole o per garantire adeguatamente il trasporto pubblico, come potrebbero gestire efficacemente l'edilizia pubblica? Se le Regioni faticano a garantire la sanità e a contrastare il dissesto idrogeologico, come potrebbero provvedere anche all'edilizia pubblica?
Alcuni prospettano come soluzione la privatizzazione degli enti che gestiscono l'edilizia pubblica. Tuttavia, questa proposta non tiene conto della natura stessa degli utenti dell'edilizia residenziale pubblica: in altre parole, non è sostenibile applicare una logica di profitto a un settore destinato a persone che vivono in condizioni di estrema povertà e bisogno.
Il sistema è privo di fondamenta
I numeri richiamati più volte nei precedenti articoli pubblicati su questo sito parlano chiaro: quasi 11 milioni di persone a rischio povertà nel 2025 e 5,7 milioni di cittadini in condizioni di povertà assoluta. La casa rappresenta uno dei principali fattori di esclusione sociale, tra affitti insostenibili, aumenti vertiginosi delle utenze (gas, luce, acqua e riscaldamento) e il crescente numero di sfratti nel mercato privato.
Si comprende quindi come, alla luce di questi dati, molte delle polemiche in corso risultino già prive di efficacia e rappresentino piuttosto lo specchio di una politica che cerca di sopravvivere all'interno di un sistema sbagliato fin dalle sue fondamenta. L'edilizia pubblica dovrebbe infatti essere gestita a livello centrale, con risorse certe, specifiche e continuative, e non essere ostaggio di continui battibecchi propagandistici tra partiti, a seconda di chi governa a livello nazionale o locale.
Per come è oggi organizzato il sistema normativo, le singole ATC devono far fronte sia alla gestione sia alla costruzione di nuovi alloggi popolari. Il problema è che devono contemporaneamente fare i conti con una morosità sempre più elevata, della quale, per legge, sono chiamate esse stesse a rispondere. Devono quindi garantire la gestione amministrativa e la manutenzione degli immobili con enormi difficoltà economiche; figuriamoci trovare le risorse necessarie per costruirne di nuovi, come invece sarebbe indispensabile.
Con questo assetto normativo e costituzionale è comprensibile che lo stesso Piano Casa preveda la possibilità, per le singole ATC, di alienare parte del patrimonio immobiliare, così da reperire liquidità per far fronte alle diverse esigenze gestionali. Allo stesso modo, è comprensibile che favorisca la collaborazione con i privati del settore immobiliare.
L'ipotesi di una tassa di scopo
È evidente, tuttavia, che tutto ciò comporta una progressiva diminuzione del patrimonio di edilizia pubblica, nonostante il crescente bisogno di nuovi alloggi, favorisce la speculazione delle imprese private e non riesce a rispondere concretamente alle necessità delle fasce più deboli della popolazione.
Come già ricordato attraverso i precedenti articoli, non sarebbe affatto irrealistico reperire le risorse necessarie attraverso una tassa di scopo da applicare ai grandi investimenti immobiliari, industriali e commerciali, alle banche, alle aziende che erogano servizi energetici e di telecomunicazione; imponendo inoltre ai Comuni il rispetto delle normative già esistenti che prevedono quote da destinare all'edilizia pubblica nei piani regolatori; destinando una percentuale degli oneri di urbanizzazione derivanti dai grandi interventi immobiliari alla costruzione di alloggi popolari; oppure riconvertendo caserme dismesse in nuovi insediamenti di edilizia pubblica.
Il tutto con un obiettivo molto semplice: reperire le risorse necessarie per costruire nuovi alloggi popolari e garantire la manutenzione di quelli esistenti.
Evidentemente, però, si preferisce lasciare il dibattito al consueto battibecco tra forze politiche contrapposte che, pur nelle loro differenze, condividono un unico risultato: non risolvere il problema.











































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