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Note sull'ultimo vertice Nato, dagli F-35 alla Turchia alle solite critiche di Trump

Aggiornamento: 9 ore fa

di Michele Corrado


@Nato
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Il risultato del vertice Nato ad Ankara ha sancito alcune semplici realtà di fatto, come la leadership incontrastata ed insostituibile degli Stati Uniti, il meccanismo di difesa dell’Alleanza che copre la sicurezza di ogni Stato membro in caso di aggressione e la conferma di un maggior impegno finanziario dei vari Paesi in una prospettiva di mantenimento delle capacità di reazione contro qualunque tipologia di minaccia. In proposito, fa testo il comunicato ufficiale dell'Alleanza Atlantica rilaasciato mercoledì scorso, con il quale il Segretario Generale Mark Rutte ha spiegato l'aumento degli investimenti nella difesa con la conseguente espansione della produzione industriale e le maggiori responsabilità che gli Alleati europei e il Canada si assumano per la loro sicurezza: "Stiamo riequilibrando la nostra sicurezza in meglio, ed è questo il senso della NATO 3.0".

Fra le righe, vi è anche una evoluzione degli equilibri interni; la promozione della Turchia a Paese di riferimento dell’Alleanza da parte degli americani (Trump ha promesso ad Erdogan la vendita dei caccia F-35, tra i mugugni di Israele) ed il tiepido rapporto con i britannici, forse in attesa di quello che accadrà con il cambio del primo ministro, e la conferma che, da un punto di vista operativo, l’Ucraina è una questione continentale europea. Mentre, a livello strategico, le intese e gli accordi si potranno anche fare con la Russia, ma sono prerogativa americana. L’Ucraina sarà per gli europei, almeno sotto il profilo economico, comunque un salasso. Se i russi riusciranno ad averne il controllo, nulla dei prestiti fatti e futuri tornerà indietro, mentre se si giungerà ad un eventuale accordo duraturo tutti i costi di ricostruzione del Paese si riverseranno sull’Europa, con la massima soddisfazione di Zelensky che, dopo essersi assicurato la fornitura di Patriot (sistema difensivo missilistico), lavora in maniera sempre più evidente in prospettiva per la conservazione del potere.

Per quanto attiene alla Spagna, oltremodo recalcitrante sulle spese da affrontare per la Nato, gli americani dimenticano il particolare pregresso del Paese. La Spagna non ha partecipato ad alcuna Guerra Mondiale, non ha mai avuto contatti diretti con la macchina militare americana e non ne ha mai avuto bisogno nel concreto. E se poi si vuole guardare alla storia da un lato maligno, per gli spagnoli gli Stati Uniti sono una sorta di ex colonia evoluta. E pertanto la loro percezione del Paese a stelle e strisce è alquanto diversa dagli altri Paesi dell’Europa occidentale. Né si deve dimenticare la guerra ispano-americana del 1898 che gli Stati Uniti, nel corso dell'amministrazione di William McKinley, sulla cui scia Theodore Roosevelt costruì le sue fortune politiche, condussero contro ciò che rimaneva dell'Impero spagnolo, decretandone la fine, imponendo il protettorato su Cuba, impossessandosi di Porto Roco, e mettendo piede nel Pacifico con il controllo delle Filippine e di Guam. L'inizio dell'Impero Americano.

Per quanto attiene all’Italia, dopo la crisi dei giorni scorsi declassata ad “anomalia momentanea”, tutto sembra tornato nella normalità. È comunque bene ricordare che gli affronti che ricevono gli Stati Uniti dai Paesi considerati “amici ed alleati” vanno in carico esclusivamente alla persona del momento protagonista, con capacità mnemoniche elefantiache (si ricordi Craxi per Sigonella).

In ogni caso, come ha anche ricordato l’Ambasciatore Sequi ultimamente, non è la percentuale del Pil che si devolve al sistema difesa, ma quello che si riesce a realizzare di concreto ed efficace con quei fondi.

E per spendere soldi in maniera adeguata in quel settore c’è bisogno di un apparato industriale adeguato per dimensioni e tecnologicamente avanzato per qualità. Noi invece, negli ultimi quaranta anni, con un malinteso senso di pacifismo corroborato dall'assenza di piani e di ricerca scientifica per lo sviluppo della difesa, non per la guerra, abbiamo compresso e smantellato realtà industriali del settore, ed ora ci lamentiamo se Washington ci "invita” a fare acquisti da loro.

Purtroppo siamo in ritardo e, nonostante questo, pretendiamo anche il diritto di scegliere a che ora arrivare.

 

 


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