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Cinquant'anni fa l'omicidio del giudice Vittorio Occorsio per mano fascista

"Fra tre giorni sarebbe dovuto partire per le ferie: si era tagliato i capelli cortissimi, come faceva puntualmente ad ogni estate intorno alla metà del mese di luglio, prima della chiusura degli uffici giudiziari. Qualche giorno fa mi aveva detto: "a settembre spero di tornare nel mio ufficio solo per qualche giorno". Anche del secondo processo di «Ordine nuovo», che aveva istruito e condotto in aula prima della sospensione avvenuta per un pretesto di natura procedurale, sembrava che non gli importasse molto. Il suo desiderio più forte, almeno dal punto di vista professionale, era quello di abbandonare la toga, le udienze, le istruttorie per studiare. Aveva fatto domanda per essere assegnato all'Ufficio studi del Consiglio superiore della magistratura. Aspettava che la commissione si riunisse e decidesse sul suo nome. Aveva 47 anni ma era stanco: almeno così diceva...".[1]

Era l'11 luglio del 1976 e le prime pagine domenicali dei quotidiani nazionali riportavano a caratteri cubitali un solo titolo: la morte del giudice Vittorio Occorsio, ucciso il giorno prima da due neofascisti. Lo stesso giorno in cui incombeva sull'Italia il disastro di Seveso, di cui si conobbe la gravità dell'estensione della nube tossica e della contaminazione del territorio soltanto una decina di giorni dopo.

L'omicidio di Vittorio Occorsio riportò in primo piano le trame nere. Non una novità, peraltro. Dalla strage di Piazza Fontana a piazza della Loggia, i neofascisti uccidevano senza pietà. Bombe sui treni e nelle piazze, aggressioni a militanti di sinistra e alle sezioni del Pci, omicidi, il crimine politico come identità che non disdegnava di mettersi anche al servizio di un'abile regia che mirava alla destabilizzazione del Paese con il concorso di centrali straniere, servizi di intelligence avversi al compromesso storico tra Dc e Pci, organizzazioni illegali e occulte, non ultima la mafia siciliana. Questo era il quadro di quel decennio, in cui il terrorismo di sinistra procedeva di conserva in una sfida a distanza che si infiammava e si esaltava con il sangue dei servitori della Stato.

Vittorio Occorsio era uno di questi. Quarantasette anni, due figli, noto come uno dei migliori magistrati della Procura di Roma, autore dell'inchiesta sulle deviazioni antidemocratiche del Sifar e del generale De Lorenzo, ma criticato per l'inchiesta a senso unico (pista anarchica) sulla strage di Piazza Fontana, era riemerso con il processo ai neo fascisti di Ordine Nuovo. Personaggi duri e puri, quei "neri", a cominciare da uno dei capi, il più sanguinario nella sua intransigenza, il comandante militare del Movimento politico Ordine Nuovo: Pierluigi Concutelli. Il sicario del giudice.

L'obiettivo fissa il corpo di Vittorio Occorsio riverso tra il sedile e la portiera della sua 125 Special, freddato da una raffica di mitra nell'estremo tentativo di fuggire alla trappola mortale. Era appena uscito di casa per recarsi al Verano, per portare i fuori sulla tomba del padre morto in quello stesso giorno, il 10 luglio di alcuni anni prima.

Pierluigi ConcutelIi, classe 1944, morto nel 2023, dopo una lunga malattia, scriverà nella sua autobiografia che "colpire Occorsio, per noi, significava colpire la Democrazia Cristiana. Consideravamo il giudice romano uno degli ingranaggi di quel meccanismo che si era messo in moto per stritolarci, per tagliare fuori dalla vita politica italiana buona parte dei neofascisti. Secondo il nostro punto di vista, Vittorio Occorsio era il braccio armato della DC, l'uomo che da piazza del Gesù avevano mandato avanti per annullarci. Perché ad altri, forse, scappava da ridere. Consideravamo Occorsio parte di una strategia odiosa, lo identificavamo come il vettore della potenza del regime. Il pubblico ministero romano, ai nostri occhi, era un uomo schierato e la sua storia professionale, purtroppo, sembrava darci ragione. Era stato ed era il titolare di tutte le inchieste scomode del periodo: compresa, naturalmente, quella sul Movimento Politico Ordine Nuovo dei primissimi anni settanta. Il suo nome saltava sempre fuori".[2]

Un uomo da eliminare. Come Mario Amato, sostituto procuratore ucciso a Roma dai NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) il 23 giugno 1980 alla fermata dell'autobus con un colpo alla nuca, sparato da Gilberto Cavallini, spietato assassino che esegue l'ordine perentorio di bloccare le inchieste del magistrato vicino a verità scomode, sconvolgenti. E sconvolgente sarà non a caso la strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980.


Note

[1] Paolo Gambescia, l'Unità, 11 luglio 1976

[2] Pierluigi Concutelli e Giuseppe Ardica, Io, l'uomo nero, Marsilio Editore, 2008







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