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La Stanza del pensiero critico. Un fantasma si aggira per l'Italia... è il lavoro che non c'è

Come la precarizzazione ha preparato il collasso occupazionale


di Savino Pezzotta

Il dato che emerge dallo studio Adapt, riassunto da un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore del 1° febbraio 2026 con il titolo dalla Scuola al lavoro: in 10 anni a rischio 4 milioni di lavoratori in meno è che ci sarà in 10 anni un calo del  18,6% di occupati. L’articolo è ben fatto quello che però non mi ha convinto è che calo degli occupati viene assunto come una proiezione tecnica, quasi neutrale. Ma neutrale non è. È il risultato diretto di scelte politiche precise, reiterate nel tempo, che hanno, anche con il consenso del sindacato, progressivamente smantellato il lavoro stabile come pilastro dell’economia e della cittadinanza sociale.


La flessibilità come ideologia, non come necessità

Ma il quadro è stato dipinto molto prima, quando si è consentito e avvallato che il lavoro dovesse diventare flessibile per il capitale e incerto per chi lavora. Siamo rimasti in molti coinvolti in questa logica, compreso il sottoscritto, che teorizzava che la flessibilità avrebbe aperto nuovi spazi occupazionali. Non siamo stati capaci di valutare le ricadute sociali di questo passaggio. Su questo dovremmo fare autocritica.

Per decenni, si è sostenuto, anche con l’apporto di fior di studiosi, che la flessibilità era inevitabile, imposta dalla globalizzazione, dalla competizione internazionale, dall’Europa. Oggi ci rendiamo conto che  in realtà, la flessibilità è stata una scelta ideologica, funzionale a riequilibrare i rapporti di forza tra capitale e lavoro.

Il risultato non è stato un mercato del lavoro più dinamico, ma più fragile, più diseguale, più povero. La promessa che i contratti atipici fossero un ponte verso la stabilità si è rivelata una finzione: per milioni di persone, soprattutto giovani, quel ponte non conduce da nessuna parte.

Lo studio Adapt mostra oggi l’esito di questa strategia: una generazione che non ha sostituito quella precedente, perché non è stata messa nelle condizioni di farlo.


Pubblica Amministrazione  e scuola: precarizzare oggi, pagare domani

La perdita potenziale di un terzo degli occupati nella scuola e nella pubblica amministrazione è il simbolo più chiaro di questo  fallimento politico. Per anni si è ridotto il turn over, si sono congelati i salari, si è fatto ricorso sistematico al lavoro a termine, giustificandolo con esigenze di bilancio e vincoli europei.

Il messaggio è stato chiaro: il lavoro pubblico non era più una garanzia di stabilità e riconoscimento sociale, ma un bacino di precarietà permanente. Oggi si scopre che quel modello ha prodotto un sistema anziano, svuotato, incapace di rigenerarsi. Non è un problema demografico: è un problema di programmazione pubblica deliberatamente abbandonata.

Industria e terziario, produttività senza futuro: anche nella manifattura il dato sull’invecchiamento della forza lavoro racconta una verità scomoda. Si è puntato tutto sulla compressione del costo del lavoro, sulla flessibilità in entrata e in uscita, sulla riduzione dei diritti come leva competitiva.

Si è rinunciato a investire in qualità del lavoro, formazione, stabilità occupazionale. Il risultato è un settore che oggi perde lavoratori non solo perché vanno in pensione, ma perché non è più in grado di attrarre nuove generazioni.


Un sistema che vive di lavoro temporaneo non costruisce futuro: lo consuma.

Denatalità: effetto collaterale o danno strutturale? La crisi delle nascite viene spesso trattata come un fenomeno culturale o individuale. A mio parere osservando attentamente le vicende esistenziali di tanti giovani ragazzi e ragazze mi sono reso conto che  era anche l’effetto collaterale più grave di un mercato del lavoro fondato sull’insicurezza.

Chi vive di contratti a termine, salari bassi e carriere spezzate non sceglie di non avere figli: è costretto a rinviare indefinitamente una decisione che il sistema rende economicamente e socialmente rischiosa. In questo senso, la denatalità non è un destino, ma un danno strutturale prodotto da politiche del lavoro sbagliate. E ora viene usata come alibi per giustificare ulteriori arretramenti sul piano dei diritti e dell’età pensionabile.

Giovani e donne: forza lavoro di riserva, non soggetti di diritti. Il richiamo all’inclusione di giovani e donne suona sempre più come una retorica svuotata. Non si tratta di includere, ma di utilizzare: giovani come forza lavoro flessibile, donne come manodopera a basso costo e ad alta adattabilità, purché non chiedano servizi, tutele, tempo.

Il fatto che milioni di giovani siano Neet e che l’occupazione femminile resti tra le più basse d’Europa non è un’anomalia: è la conseguenza coerente di un sistema che scarica i costi sociali sulle famiglie, in particolare sulle donne.


Migranti e senior: la gestione emergenziale della crisi

Il ricorso crescente al lavoro migrante e l’estensione della vita lavorativa degli anziani non sono soluzioni strutturali, ma misure tampone. Si cerca di colmare i vuoti creati da anni di precarizzazione senza mettere in discussione il modello che li ha prodotti. Un Paese che offre lavoro povero e instabile diventa attrattivo solo per chi non ha alternative. È questa la traiettoria che si sta consolidando.

Conclusione: il nodo politico del lavoro stabile. Il messaggio che emerge dallo studio Adapt è chiaro, anche se non esplicitato: il mercato del lavoro italiano si sta restringendo perché è stato svuotato di prospettiva. Non si può chiedere ricambio generazionale in un sistema che ha demolito il lavoro stabile. Non si può invocare più occupazione senza affrontare il tema del potere, della redistribuzione, della qualità del lavoro. Senza una rottura politica con il paradigma della precarietà, la perdita di occupati non sarà un incidente temporaneo, ma la forma normale del declino.

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