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Non si ferma la protesta in Iran: gli scontri a Zahedan

Aggiornamento: 7 dic 2022


Sono immagini da guerra civile quelle che arrivano da Zahedan, la città nel sudest dell'Iran, al confine col Pakistan, capoluogo della provincia del Sistan Balochistan, in cui vive una minoranza del popolo dei beluci che abbraccia la religione musulmana sunnita. Ieri a Zahedan si è registrata una violenta repressione delle forze di sicurezza del regime degli ayatollah nel corso di una delle tanti manifestazioni di protesta che scuotono l'Iran dal 14 settembre, all'indomani dell'uccisione della giovane Mahsa Amini, picchiata a morte dalla polizia morale per non avere indossato correttamente l'hijāb, il velo, per coprirsi il volto. [1]


Verso mezzogiorno (ora locale) gli agenti hanno preso di mira i manifestanti, sparando ad altezza d'uomo. Una reazione armata che avrebbe provocato, secondo l'opposizione che ha diffuso i video sul web, numerosi morti e feriti. Da qui, la controreazione che ha portato ad assaltare una stazione di polizia, durante la quale si sarebbe innescato uno scontro con l'uso di armi da fuoco, ma non è ancora chiaro se da una parte e dall'altra. Dal 2004, infatti, la provincia del Sistan Balochistan è teatro di un conflitto definito a bassa intensità tra le forze di sicurezza iraniane e i movimenti ribelli beluci, "considerati da Teheran come gruppi terroristici che hanno compiuto assalti e attentati, soprattutto contro i Guardiani della rivoluzione iraniana".[2]


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