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L'arte della diplomazia non è la politica dello struzzo

di Alberto Scafella


C’era una volta una domanda semplice, quasi elementare: “Come si risolve il conflitto in Medio Oriente?” Arrivata dai giornalisti arabi ad Antonio Tajani, avrebbe potuto essere l’occasione per un lampo di genio diplomatico. La risposta? Un capolavoro di… ovvietà. Niente bombe, niente droni, niente bomba atomica e niente piani strategici complicati. Solo un principio universale: “La guerra dovrebbe finire.”

Sì, avete letto bene. Moralmente impeccabile, politicamente… scolastica. Una risposta da manuale di filosofia platonica, perfetta per chi ama i concetti astratti, ma meno per chi si aspetta soluzioni concrete.

In diplomazia, c’è una differenza sostanziale tra enunciare un principio e proporre una strategia. Dire “fermare le armi” è terapeutico, ma non spiega come convincere le parti a posare davvero i missili. A volte, la prudenza diplomatica sfocia nell’arte del non-dire-nulla. Forse è proprio questo il punto. Non serve sempre dire tutto, la diplomazia vive anche di prudenza e sfumature, ma ogni tanto sarebbe utile ricordare che, quando il mondo chiede idee, limitarsi a ripetere che la guerra è una brutta cosa rischia di sembrare meno una posizione politica e più una constatazione meteorologica.

E la diplomazia, si spera, dovrebbe essere qualcosa di più sofisticato delle previsioni del tempo.

Il ministro ha scelto la via della prudenza: nessuna posizione netta, nessuna soluzione concreta, solo un auspicio condivisibile da chiunque abbia un po’ di buon senso. Quando però la domanda riguarda un conflitto reale, la prudenza diventa facilmente evasività elegante forse un po’ stupida. In fondo, il mestiere di un ministro degli Esteri non è scoprire che la pace è preferibile alla guerra, questo lo sanno anche i bambini alle elementari, ma indicare quali strumenti politici, quali mediazioni e quali pressioni internazionali possano avvicinare anche solo di un millimetro quella pace tanto evocata.

Ed è qui che entra in gioco la satira. La politica che parla in formule generiche diventa caricatura: vignette, meme, commenti ironici. Il pubblico non vuole principi scolastici: vuole strategie reali. E quando le parole suonano più come “Il cielo è azzurro” che come un piano di pace, il sarcasmo corre veloce. Perché la satira ha una qualità spietata, ma utile: prende le parole della politica e le traduce in immagini. E quando un discorso è troppo semplice per una realtà terribilmente complessa, l’effetto comico nasce quasi da solo.

Il problema non è dire che la pace è un bene; il problema è apparire privo di una linea politica chiara. In un mondo dove i conflitti non aspettano lezioni di filosofia o frasette da generica casalinga, la comunicazione diplomatica diventa parte integrante della credibilità internazionale.

Messaggio chiaro: la guerra deve finire. Peccato che la diplomazia non funzioni con il “sarebbe bello se…”. E mentre la stampa internazionale annuisce educatamente, sui social qualcuno sta già preparando il prossimo meme.

Ridiamo ancora finché siamo in tempo…………!?

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