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- a cura del Baccelliere
- 10 mar
- Tempo di lettura: 3 min
Le tante anime musicali del settantacinquenne Bill Frisell
a cura del Baccelliere

A settantacinque anni i vescovi sono pronti per andare in pensione. Questo a dimostrare che anche una carriera che si fonda sulla saggezza spirituale - qualità che si immagina arrivi con il maturare delle decadi - si pone un limite. Limite che il chitarrista Bill Frisell a quanto pare non sembra intenzionato a considerare. Sulla soglia del quindicesimo lustro, che toccherà il 18 marzo, il musicista nativo di Baltimora ha pubblicato per la Blue Note In My dreams nuovo capitolo di una discografia dal carattere multiforme.
Frisell, musicista jazz contemporaneo, ha diverse anime. Da Aaron Copland al bluegrass, fino a Paul Motian, nel cui trio ha militato per più di vent’anni, e all’estetica ECM. Frisell è uno dei chitarristi più influenti della sua generazione. Insieme a Pat Metheny e a John Scofield forma una triade ideale di padri della chitarra contemporanea. La loro generazione, sulla scorta delle contaminazioni con il rock - ancora un contributo che si deve a Miles Davis - ha visto la chitarra conquistare un ruolo di primo piano in ambito jazzistico. Frisell appartiene al movimento ma se ne discosta in maniera significativa. Non è un guitar hero. Porta gli occhiali e ha l’aspetto di un intellettuale più che di un agitatore delle folle. Ha uno stile antispettacolare. Se l’improvvisazione può essere intesa come l’esplorazione di una stanza, nel suo caso potremmo immaginarlo intento a dedicarsi agli angoli invece che al centro. Con la sicurezza che le prese per la corrente siano più utili del centrotavola. E soprattutto diano più energia.
Musicalmente onnivoro, passa dall’avanguardia alla musica tradizionale e riesce a operare una fusione di questi contributi. Ammesso che i generi musicali esistano, Frisell li sovrasta. Passa dalla chitarra elettrica - su cui sperimenta suoni diversi, compresi quelli sintetici e un uso creativo dei loop - all’acustica e al banjo. Le sue incursioni nel country[1] assumono spesso un carattere quasi surreale. Bill Frisell sembra partecipare pienamente a questa musica, ma al tempo stesso la osserva dall’esterno, mantenendo una distanza critica. Il risultato è un dialogo con la tradizione che resta profondamente coinvolto, ma sempre attraversato da uno sguardo analitico e consapevole.
In my dreams è un nuovo capitolo della vicenda originale di Frisell. Il disco è registrato con una formazione inedita, un sestetto che comprende gli archi - Jenny Scheinman (violino), Eyvind Kang (viola), Hank Roberts (violoncello) - il contrabbasso di Thomas Morgan e la batteria di Rudy Royston. Legistrato dal vivo[2], è stato successivamente modificato in studio attraverso aggiunte e riarrangiamenti[3]. Val la pena citare fra gli artefici dell’opera l’ingegnere del suono Adam Muñoz e il produttore Lee Townsend.
In In My Dreams archi e trio si sovrappongono e talvolta si contrappongono. Sono due delle anime della musica di Bill Frisell, che da tempo convivono nel suo linguaggio e che qui trovano una sintesi particolarmente efficace. Lo mostra bene Isfahan di Billy Strayhorn, smontata e ricomposta come se fosse un centro di gravità: un punto da cui la musica sembra voler fuggire, ma al quale continua inevitabilmente a essere attratta[4]. La musica di Bill Frisell è profondamente americana. L’americanità della musica di Bill Frisell nasce dalla compresenza di tradizioni differenti.
Alcune culture sono approdate in America volontariamente, altre vi sono state portate con la forza, altre ancora sono state marginalizzate o eliminate. La sua musica sembra custodire le tracce di queste storie diverse, lasciandole convivere nello stesso spazio sonoro. A settantacinque anni i vescovi sono tenuti a lasciare il loro incarico. Qualche volta però il Papa chiede loro di rimanere. Viene da pensare che, se potesse, farebbe lo stesso anche con Bill Frisell.
Note
[1] Si pensi al suo disco di metà anni ‘90, intitolato non per caso Nashville https://youtu.be/lrX0nmI9g7k?si=j0RVR-EcPj_ezOAg
[2] Registrate nel 2025 nel corso di concerti tenuti a a Brooklyn, a Denver e a New Haven
[3] Registrati agli Opus Studios di Berkeley













































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