Nell'ora di religione il momento per dare voce e ascolto all'anima
- Stefano Capello
- 11 nov 2025
- Tempo di lettura: 3 min
di Stefano Capello

La sete dei giovani
“la fatica che sperimentiamo nel raggiungere i più giovani non significa tuttavia, che sia un’impresa impossibile.
Al contrario la cultura nichilista nella quale siamo immersi rende molti di loro assetati di parole ed esperienze autentiche portatrici di vita e senso”
(Vescovo Roberto-Lettera Pastorale 2025-26)
E se la scuola, anche attraverso l’IRC (insegnamento religione cattolica) fosse una fonte dissetante?
C’è uno spazio nella scuola italiana, un luogo temporale, se così si può dire, in cui studenti e studentesse, per un’ora la settimana, non sentono la ghigliottina del voto pendere sopra di loro, l’ansia del giudizio, la paura di sbagliare. È l’ora di religione: uno spazio nel quale intercettare i giovani e le loro domande di senso.
Un’ora che sarebbe meglio definire come “spazio dell’anima”, ma potremmo dire anche per l’anima. Luogo di anime diverse, a dire il vero, perché non ci sono solo i cattolici, non ci sono solo i ragazzi credenti, ci sono gli evangelici, ci sono gli ortodossi, qualche mussulmano e tanti dubbiosi, tantissimi non credenti, quelli che, a quindici anni, dicono “ho creduto, ma adesso non credo più”.
È lo spazio dell’anima perché l’ora di religione rappresenta, nel contesto scolastico italiano, uno dei rari momenti dove narrare e dove narrarsi, e sono davvero poche le discipline scolastiche che lasciano uno spazio per questo tipo di narrazioni. È un’ora di scuola dove si respira, dove non c’è affanno o fiato corto perché bisogna arrivare chissà dove. Uno spazio di libertà di espressione che passa per le questioni fondamentali della vita per giungere a quelle attuali.
È l’ora delle domande più che delle risposte.
È l’ora delle domande la cui risposta non prevede nessuno studio, se non l’indagare la propria interiorità.
Con queste premesse e con il desiderio di “mettersi in discussione” i docenti di religione della diocesi di Torino si sono radunati per il loro Convegno d’inizio anno domandandosi il senso dell’insegnamento dell’IRC.
Quali contenuti sono oggi importanti, quale relazione educativa è necessaria per affrontare in un orizzonte di senso tali contenuti.
Il metodo di questo incontro è stato sicuramente innovativo; infatti si è partiti dagli studenti. Il Convegno si è aperto con un video nel quale ad una ventina di studenti (alcuni già diplomati altri ancora studenti, alcuni frequentanti l’Irc altri no) sono stati intervistati ponendo loro domande focalizzate sul significato del crescere.
Cosa è essenziale per diventare grandi?
La scuola è un luogo di crescita?
Ci sono materie e professori che ti hanno fatto crescere?
L’ IRC può contribuire a crescere?
Nella tua vita, quale spazio per la fede, quale spazio per la spiritualità?
Ci sono domande di senso che ritieni urgenti?
Nel presentare il video un alunno tra gli intervistati ha fatto una affermazione fondamentale: “finalmente abbiamo trovato degli adulti che ci ascoltano”.
Questa frase ci fa pensare ad un convegno che è partito dalla “fonte”, cioè dai ragazzi ed ha avuto l’umiltà e la tenacia di mettersi in ricerca di una strada per portarli ad una fonte in grado di rispondere alla loro sete.
Dopo aver ascoltato i ragazzi hanno espresso il loro autorevole parere su quanto sentito:
Il Cardinale Roberto Repole.
Il professor. Ernesto Diaco, direttore del servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica della Conferenza Episcopale Italiana.
La professoressa Stefania Palmisano, sociologa e docente di Unito.
Lo scrittore Fabio Geda.
Il professor Paolo Bianchini docente di storia dell’educazione presso Unito.
Tutto quanto detto ed ascoltato continuerà ad interrogare per tutto l’anno i docenti IRC attraverso una formazione continua che parte proprio dai temi emersi nel convegno.
Un piccolo tentativo,
una grande sete,
una piccola fonte,
un grande orizzonte.













































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