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Nasce l'archivio "Ivo Saglietti"

di Federico Montaldo


Ivo Saglietti è scomparso a Genova il 2 dicembre 2023. Pochi giorni prima che venisse inaugurata nella splendida sede del Museo del Risorgimento di Torino, la bella mostra dal titolo “Lo Sguardo nomade” organizzata dalla Porta di Vetro[1]. Si è trattato della prima mostra retrospettiva sul lavoro del grande “Reporter Photographe”, come amava definirsi. E forse non è solo un caso che l’esposizione si sia tenuta a Torino, la città dove da dove Ivo era partito, alla fine degli anni’ 70, per il suo lungo viaggio di ricerca. Quasi la chiusura di un cerchio. 

Saglietti è scomparso ma il suo lavoro rimane. Rimangono migliaia di negativi dei suoi reportage e dei suoi progetti fotografici, oggi raccolti in un archivio che, affidato a chi scrive, troveranno espressione in mostre, pubblicazioni, iniziative di vario genere finalizzati a conservare la memoria e l’opera di una vita che non è stata vana.

Come lui stesso ha raccontato nel suo libro autobiografico “Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino”, [2] ciò che lo spinse verso la fotografia, fu la scoperta casuale, su uno dei banchetti dei librai di via Po, di Minamata, il libro di W. Eugene Smith (leggendario fotografo di Life e poi di Magnum), che con le sue immagini portava all’attenzione del mondo il tragico destino e le sofferenze degli abitanti avvelenati dall’inquinamento da mercurio.

 

Il destino e il cammino

A ben guardare è intorno a questi due temi che si snoda l’intera vicenda umana e professionale di Saglietti.  Dalle tante guerre e guerriglie dell’America Latina (in assignement per le più importanti testate internazionali) al Medioriente; dalla tragedia del popolo palestinese alle guerre balcaniche; dal racconto della via degli schiavi (dal Benin ad Haiti), alle migrazioni, alle tre grandi malattie da infezione che hanno afflitto l’umanità (malaria, tubercolosi, AIDS).

È in questa ricerca sul senso del nostro passaggio su questa terra e sul destino dell’umanità che Saglietti maturerà la scelta di esprimersi attraverso progetti a lungo termine, libero dai condizionamenti delle direzioni editoriali e senza l’urgenza di inseguire la notizia. Sorretto da un’etica del proprio lavoro di fotografo che è oggi merce rara – travolti come siamo da immagini crude, inutilmente violente, pornografiche, sbattute in faccia da ogni dove e con ogni mezzo – Saglietti non dimentica mai di fare trasparire quell’attimo di umanità, che - come osservava proprio Eugene Smith - deve sempre accompagnare una buona fotografia.

 

Non ha mai smesso di interrogarsi

Lo ha fatto col mezzo fotografico, così come uno scrittore usa la parola. Non per niente il senso più profondo del suo lavoro lo si coglie non già dalla singola immagine (per quanto efficace possa essere), ma dal progetto nel suo complesso, editato secondo una logica narrativa in cui una fotografia segue la precedente e anticipa quella successiva. Progetti che spesso durano anni e che, in fondo, l’Autore non ha considerato del tutto finiti. Anche l’incompiutezza è infatti elemento che contraddistingue l’esperienza umana; un cammino in continua trasformazione di cui sarebbe velleitario pretendere di mettervi la parola fine.

 Un cammino, si diceva. Un cammino fisico anzitutto. Per fare buona fotografia occorre avere buone scarpe, ha affermato Koudelka rispondendo al quesito sulle qualità necessarie per fare il fotografo. Ivo Saglietti ha sempre avuto buone scarpe: solide, forti, essenziali, indossate anche quando la stagione invocava il sandalo aperto o l’infradito. Ma anche un cammino meditativo, lento, silenzioso, metafora di uno sguardo da cui scaturisce una fotografia necessaria e asciutta come il bianco e nero che ne scandisce le immagini.

E qui il pensiero va al racconto della sua esperienza e della sua amicizia con Padre Paolo Dall’Oglio e la sua utopica ricerca del dialogo tra culture e religioni. Da qui uno dei suoi lavori più sofferti ed insieme più amati che, oltre ad una mostra, si è tradotta in due libri: “Sotto la tenda di Abramo” (Peliti, 2004), ed il recente “Ritorno a Deir Mar Musa” (Emuse, 2023), che lo stesso Saglietti (già malato) sapeva sarebbe stata la sua ultima pubblicazione.


 

Note


[1] "Ivo Saglietti. Lo sguardo nomade". Organizzazione supervisione di Michele Ruggiero, a cura di Tiziana Bonomo, con il sostegno del Consiglio Regionale del Piemonte e il contributo di Intesa Sanpaolo.

In:

https://www.laportadivetro.com/post/la-poetica-fotografica-di-ivo-saglietti-al-museo-nazionale-del-risorgimento;


[2] Lo sguardo inquieto. Un fotografo in cammino, a cura di Federico Montaldo, Postacard, 2021


 


 

 

 

 

 

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