Un libro per voi: "L’Arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale"
- Alberto Ballerino
- 19 ore fa
- Tempo di lettura: 4 min
Domani presentazione ad Alessandria con l'autrice Leopoldina Fortunati
a cura di Alberto Ballerino

La condizione della donna è migliorata o peggiorata con i cambiamenti sociali e tecnologici di questi ultimi decenni? A rispondere, a pochi giorni dall'8 marzo, è Leopoldina Fortunati dell’Università di Udine con la nuova versione aggiornata del suo ormai classico libro ‘L’Arcano della riproduzione. Casalinghe, prostitute, operai e capitale’ (Ombre Corte Editore). Lo presenta domani 5 marzo alle 17,30 nella sede dell’Isral di via Guasco 49 ad Alessandria. Dialogheranno con lei Anna Curcio e Antonella Ferraris, rispettivamente direttrici di ‘Ombre Corte’ e dell’Isral. L’incontro è organizzato con il contributo delle Fondazioni Cra e Crt.
Oggi molte più donne lavorano. “Diciamo – dice Leopoldina Fortunati - che hanno anche un lavoro esterno però in genere è mal pagato, precario e soprattutto non garantisce quell’autonomia economica in cui si sperava come strumento di emancipazione da molta parte del movimento femminista. Noi, come gruppi e comitati per il salario al lavoro domestico, non abbiamo mai creduto a queste strategie, cercando di indicarne altre: la contrattazione del valore appunto del lavoro domestico sul piano sociale, economico, ecc. Questa nostra proposta all’epoca, negli anni Settanta, rimase minoritaria perché la maggior parte del movimento femminista non l’accolse, mentre la sinistra andava avanti imperterrita sul discorso dell’emancipazione. Così questa battaglia per il riconoscimento del lavoro domestico di tutte le donne (indipendentemente dal fatto che abbiano un lavoro esterno) si è arenata”.
Il lavoro domestico delle donne riconosciuto dall'India, ma non dall'Italia
Un discorso che a livello globale è stato rilanciato con anche sorprese inaspettate. “Ci sono state diverse iniziative in Europa e in altri paesi come il Canada. Per esempio anche in India dove dodici Stati già oggi danno soldi alle donne: lo chiamano un trasferimento non condizionato, cioè non soggetto a controlli vari. Il valore del lavoro domestico è riconosciuto nelle Costituzioni dell’India e dell’Indonesia. Purtroppo non è così in quella italiana, che pure è molto bella: dunque abbiamo molta strada ancora da fare”.
Resta da chiedersi se in Italia c’è davvero coscienza di queste problematiche. “Però quando in una famiglia entra un bambino, si scopre subito che la quantità di lavoro domestico richiesta a una donna è altissima anche se oggi c’è una condivisione maggiore con gli uomini. Quest’ultima è una tattica che può andare bene ma non può essere una strategia politica quella di accollare 3-4 ore di lavoro in più alla settimana a uno che ne fa già otto”.
La tecnologia ha anche cambiato questo lavoro. “In peggio. Nel dopoguerra sono arrivati gli elettrodomestici che hanno ridotto molto il carico di alcune mansioni del lavoro domestico. Invece quelle digitali, venute dall’inizio degli anni Novanta, hanno avuto un altro impatto perché concepite per il maschio giovane benestante. Tutti gli altri soggetti, donne comprese, che si sono dovuti avvicinare ad esse hanno faticato moltissimo ad addomesticare una tecnologia non pensata per loro. Alla fine degli anni Settanta in tutte le ricerche sulla comunicazione tra uomo e donna non c’erano più differenze significative. Con l’introduzione del computer all’inizio degli anni Novanta si è registrata una regressione delle donne a livello comunicativo. Va aggiunto che queste nuove tecnologie hanno sfilato dalle loro mani molto del lavoro immateriale che facevano, quello più prezioso: educazione, sessualità, relazioni, socialità. Oggi tutto ciò è gestito dai tecnici di Google, Apple, ecc. Questo ha riguardato non solo le donne ma anche altri soggetti ed è tragico”.
Il taglio al Welfare sulla condizione femminile
Il dimezzamento dello stato sociale avvenuto negli ultimi decenni ha avuto anch’esso una ricaduta. “Per le donne ha avuto un significato drammatico. I servizi sociali possono essere considerati una forma di salario indiretto. In realtà c’è sempre stato un braccio di ferro tra donne e Stato sulle quantità di lavoro domestico da esternalizzare che le istituzioni si assumevano. L’attuale tendenza a tagliare su tutto ha avuto come conseguenza che molto ora è tornato a casa. Non solo, pensiamo a una persona che ha subito un’operazione chirurgica: una volta stava in Ospedale fino a che era guarito perfettamente. Ora viene mandato a casa dopo due giorni, così tutta la convalescenza si svolge a casa: c’è allora un lavoro enorme che viene ributtato sulle famiglie. Non parliamo degli anziani rispetto ai quali i servizi sociali sono sempre più carenti come quantità e qualità. Così è per i bambini con gli asili nido: con il PNRR erano state promesse tantissime strutture, dove sono?”. Questi casi portano a un discorso più generale. “Il problema del lavoro domestico è irrisolvibile se non si va al cuore del sistema capitalistico. Il welfare state è stato concepito come debito e ora quest’ultimo è talmente cresciuto da diventare una spada di Damocle. Ma i servizi sociali non devono essere dati a debito da parte dello Stato e quindi della collettività. Vanno invece fatti rientrare a pieno titolo nel bilancio dello Stato, quindi ci deve essere tutta una ridefinizione del sistema di tassazione e ridistribuzione della ricchezza a livello sociale”.













































Commenti