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Monaco conferma: Ue e Usa sempre più distanti tra di loro

di Domenico Moro


Il primo è stato Mark Carney, Primo ministro del Canada, quando, intervenendo al World Economic Forum di Davos (21 gennaio scorso), ha esordito affermando che “oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale, in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo”; e, più avanti, che “sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa. Sapevamo che i più forti se ne sarebbero approfittati quando lo avrebbero trovato conveniente e che le regole del commercio venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima”. Carney ha voluto anche motivare la ragione per cui questo ordine mondiale, pur con i suoi limiti, ha saputo reggere la prova del tempo, quando ha osservato con grande lucidità che “questa finzione era utile, e l’egemonia americana, in particolare, ha contribuito a fornire beni pubblici: le rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, la sicurezza collettiva e il supporto a strutture per la risoluzione delle controversie” e aggiungendo “questo patto non funziona più”.

Sulla fine dell’ordine mondiale come lo abbiamo conosciuto fino ad ora, si è in questi giorni soffermato il Cancelliere tedesco Friedrich Merz il quale, intervenendo alla Munich Security Conference del 13-15 febbraio, è andato anche oltre la denuncia di Carney. Merz, riferendosi al titolo della Conferenza (“Under destruction”), ha affermato che “questo titolo significa probabilmente che l'ordine internazionale, fondato sul diritto e sulle regole, è sull'orlo del collasso. Temo che sia necessario affermarlo in modo ancora più chiaro. Questo ordine, per quanto imperfetto fosse anche al suo apice, non esiste più nella sua forma originale”. E, più avanti, con maggior enfasi – volendo così rimarcare il divario culturale tra le due sponde dell’Atlantico - ha continuato il suo discorso dicendo: “Permettetemi di iniziare con una verità scomoda. Tra l'Europa e gli Stati Uniti d'America si è creato un divario, una profonda frattura. Il vicepresidente J. D. Vance lo ha affermato proprio qui a Monaco un anno fa. La sua analisi era corretta. La guerra culturale del movimento MAGA negli Stati Uniti non ha nulla a che vedere con la nostra libertà di espressione; la nostra libertà finisce quando questo discorso attacca la dignità umana e la Legge fondamentale [la Costituzione tedesca]”.

L’intervento di Marco Rubio, segretario del Dipartimento di Stato degli USA, nel corso della medesima Conferenza, è stato “gattopardesco”. Il contenuto del suo intervento, infatti, non può non aver richiamato alla mente la frase di Tancredi Falconeri secondo cui “se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi”. Infatti, se, da un lato, Rubio ha riconosciuto che il vecchio ordine mondiale non esiste più, dall’altro ha detto che il nuovo ordine mondiale lo sta costruendo il Presidente Trump, lasciando intendere che gli europei non potranno che accodarsi.

Di quale ordine mondiale si tratti e di quali mezzi si debba servire, Rubio ne ha tracciato le linee quando, dopo il suo “lip service” alla comune civiltà occidentale ed alle Nazioni Unite, ha affermato che queste ultime non avevano risolto le principali sfide del momento, ma che solo la leadership americana “ha consentito una tregua fragile” (diamogli atto che, al contrario di Trump, non ha detto “ha consentito la pace tra palestinesi ed israeliani”), ma non ha fatto alcun cenno al comportamento dei coloni israeliani in Cisgiordania, la cui politica degli insediamenti sta scavando la fossa al progetto dei “due popoli, due Stati” e che si è tutt’altro che in presenza di una tregua, visto che ogni giorno si registrano vittime palestinesi.

In secondo luogo, ha ribadito il fatto che solo la leadership americana è riuscita a portare attorno al tavolo dei negoziati russi ed ucraini. Dimenticando, anche qui, il fatto che i bombardamenti russi non solo non sono cessati ma che, prima dell’ennesimo negoziato, gli USA avevano appoggiato un piano di “pace” chiaramente ispirato dal solo Cremlino.

Infine, ha voluto ricordare che le Nazioni Unite “si sono rivelate incapaci di frenare il programma nucleare dei religiosi sciiti radicali di Teheran. Ci sono volute 14 bombe sganciate con precisione dai bombardieri americani B-2. E non sono state in grado di affrontare la minaccia alla nostra sicurezza rappresentata da un dittatore narco-terrorista in Venezuela. Sono state le forze speciali americane a dover intervenire per consegnare questo fuggitivo alla giustizia”. Anche qui, le violazioni del diritto internazionale e la sua applicazione asimmetrica, visto che anche Netanyahu è ricercato dalla Corte Penale Internazionale, secondo il nuovo approccio americano, sono del tutto secondarie.

Del resto, poco prima, Rubio aveva anche teorizzato tutto questo, quando aveva affermato che “non possiamo più anteporre il presunto ordine mondiale agli interessi vitali dei nostri popoli e delle nostre nazioni”. È ormai chiaro che per gli USA, in realtà, l’ordine mondiale non interessa più di tanto. Quello che conta – e che è il cuore dell’ideologia MAGA – è solo l’interesse americano ed agli europei non resterebbe, quantomeno secondo gli auspici di Rubio, che continuare ad accettare l’egemonia americana sul continente europeo. Mai il distacco politico-culturale tra l’Amministrazione, pro-tempore, trumpiana (il rapporto con gli Stati Uniti, richiede un discorso a parte) e l’Ue è stato più profondo.

Non è chiaro se coloro che lo hanno applaudito non hanno capito bene cosa intendesse dire Rubio – il che è possibile, sia pure non giustificabile – oppure se, avendolo capito perfettamente, il loro applauso sottintendeva il consenso alle parole del Segretario di Stato, il che sarebbe non solo grave, ma inaccettabile per gli europei: la sostanza del discorso di Rubio, non è infatti diversa da quella del discorso di J. D. Vance di un anno prima.

L’ultima osservazione riguarda il governo italiano. Negli ultimi giorni, i quotidiani italiani hanno parlato della nascita di un presunto “asse italo-tedesco”, contrapposto al tradizionale asse franco-tedesco. L’impressione – ma saranno le prossime settimane a confermarlo o meno – è che quest’asse, ammesso che sia tale, stia già mostrando le prime crepe, tanto vistose sono le differenze tra la politica europea di relazioni internazionali basate sul multilateralismo e quella di Trump basata solo sulla forza (com’è possibile dimenticare il discorso di Trump alla Knesset, il 13 ottobre 2025, quando ha sostenuto che “la pace si ottiene con la forza”?).

La copertura (o, meglio, la coperta) che il governo italiano offre alla politica americana contro la violazione dell’ordine internazionale e delle istituzioni multilaterali ha raggiunto lo strato di sottigliezza di un foglio di carta velina e, presto, non potrà fare finta di non vederle e di prendere atto, come ha fatto Merz, del divario politico-culturale che separa l’Ue dagli USA e procedere, quindi, ad una netta scelta di campo. Questo passaggio sarà tanto più ineludibile quanto più l’Ue si emanciperà dalla dipendenza dagli USA sul piano della sicurezza, dotandosi di un’autonoma politica per la sicurezza.

Una prospettiva, va detto, che al di là delle ricorrenti giaculatorie di Merz sul fatto che “l’Europa deve diventare una forza politica mondiale dotata di una propria strategia di sicurezza”, si preoccupa, più concretamente, di fare della “Bundeswehr […] un esercito convenzionale più potente d’Europa e, questo, il più rapidamente possibile. Un esercito in grado di resistere se necessario” (ci mancherebbe altro!). Gli europei aspettano, al più presto, di sentire da Merz, e dagli altri Capi di Stato e di governo europei, un impegno simile anche per quanto riguarda l’Ue.

 

 

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