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L'Editoriale della Domenica. Non illudiamoci: non esiste sicurezza senza giustizia sociale


di Dunia Astrologo  


Il dibattito politico di questi giorni è contrassegnato da una specie di nevrosi securitaria che colpisce in qualche modo sia a destra che a sinistra. A destra, essendo la sicurezza il leitmotiv di tutta la proposta politica che i partiti di governo riescono a elaborare, non può non essere cavalcata dopo l’ineffabile atout degli scontri del 31 gennaio a Torino, sui quali non vorrei qui esprimere alcun giudizio: se siano stati preordinati e lasciati accadere, o se siano la manifestazione di un fenomeno di organizzazione e militarizzazione dell’antagonismo difficilmente perseguibile, lascio agli esperti analizzare.

Quello che è certo è che sono serviti, come il cacio sui maccheroni, a far da base e giustificazione a una ulteriore produzione di misure repressive del dissenso, attraverso un DDL sicurezza che pur pasticciatissimo e giuridicamente opinabile, si concretizzerà di fatto in uno strumento di polizia per limitare, ostacolare il legittimo diritto di manifestazione, che ricadrà soprattutto sui cittadini che non hanno intenzioni bellicose, oltre a diventare un ulteriore fardello per la magistratura cui si richiede un supplemento di lavoro quasi impossibile da eseguire nei tempi previsti per il fermo preventivo. E anche su questo, lasciamo che si esprimano gli esperti.

Ma la nevrosi securitaria colpisce anche a sinistra, perché come al solito questa parte politica continua a “pensare all’elefante”[1], continua a spiegare ai cittadini cosa c’è di moralmente e giuridicamente sbagliato nelle posizioni della destra, mentre sarebbe ora di "dire qualcosa di sinistra" su questo tema, e avanzare proposte concrete, proposte di governo, anziché di sterile opposizione.

Ci prova, secondo me efficacemente, la sindaca di Genova, Silvia Salis, in un bell’articolo pubblicato da Il Foglio del 9 febbraio. Nel quale sottolinea, sì, anche lei, le banalità e le bugie della destra, ma prova però a spiegare che la sicurezza non si fa con la propaganda, ma con i fatti concreti. E mentre mette in evidenza i non-fatti di questo governo per garantire serenità (sine cura è il termine latino da cui deriva “sicurezza”) ai cittadini, come per esempio il sottodimensionamento numerico e finanziario delle forze di polizia, che colpisce soprattutto nelle grandi città, dove i problemi sono molti e di differenti tipologie rispetto a quelli delle città più piccole, mentre accusa la destra della sua incoerenza, prova a indicare che cosa può essere fatto davvero per ottenere risultati.

Dice Salis, facendo riferimento soprattutto a quello che possono fare i sindaci, che non hanno poteri per garantire l’ordine pubblico, ma per migliorare la vita ai cittadini sì: “la sicurezza non è solo controllo. È illuminare una strada che oggi è buia. Aprire una saracinesca di un negozio che oggi è tirata giù. È un autobus che passa anche la notte. È una scuola aperta anche al pomeriggio. È un centro sportivo che toglie i ragazzi dalla strada. È un presidio sociale che intercetta il disagio prima che esploda… La vera insicurezza nasce dall’abbandono, non dall’inclusione”. Ecco, mi sembra che queste parole, che non sono soltanto parole ma sembrano un vero e proprio programma di lavoro, siano davvero quelle giuste. E la raccomandazione finale le riassume tutte: non c’è sicurezza senza giustizia sociale.

Vorrei aggiungere qualche riflessione a completamento del ragionamento della Sindaca di Genova. Ho pensato a lungo perché i ragazzi dei centri sociali manifestino con tanta violenza il proprio disagio; e non mi riferisco ai casseurs, che sono tutta un’altra cosa: né giovani né a disagio, piuttosto naturalmente teppisti e vandali. Credo che al di là del contesto politico e sociale generale, che provoca inquietudine e sdegno nelle persone più sensibili, in questo Paese non ci sia davvero nulla di pensato per i giovani: non mancano solo i centri di aggregazione aperti e in qualche modo attrezzati, e fatti gestire ai giovani stessi a cui dovrebbero essere destinati, evitando di ghettizzarli in edifici pubblici fatiscenti o contesi perché destinati ad altri usi; non mancano solo i centri sportivi, dove non solo incanalare l’eccesso di energie a cui i ragazzi hanno bisogno di dare sfogo, ma in cui insegnare la costanza, il rigore, la lealtà e così via.

Manca la possibilità di esprimersi e di essere ascoltati; manca lo spazio in cui i loro talenti possano emergere ed essere notati, anche al di fuori della scuola, oggi pesantemente deficitaria da questo punto di vista. E manca il lavoro, o perlomeno un reddito minimo che consenta anche ai più emarginati di non provare il desiderio di ciò che non si può avere, che spesso spinge alla microcriminalità. Non stupisce allora constatare che il 72,7% dei giovani tra i 18 e i 24 anni ha sperimentato sbalzi d’umore, il 71% sintomi depressivi e il 51,2% crisi di panico [2].

Ricordiamo che in Italia quasi il 10% della popolazione si trova in stato di povertà assoluta: 5,7 milioni di persone, di cui circa il 14% sono giovani, bambini e adolescenti. Sono cifre intollerabili in un paese in cui sembra, o ci raccontano, che tutto va bene (madama la Marchesa). Ed è vero che i dati statistici ci dicono che l’occupazione è aumentata, ma ci si dimentica di qualificarlo, questo dato: infatti il 34% dei giovani occupati ha un contratto di lavoro “non standard”, che significa un lavoro precario, e tra questi giovani occupati, poi, le donne con contratti atipici sono il 40% mentre gli uomini il 28% [3].

Inoltre quasi la metà (44%) di questi giovani occupati percepisce stipendi bassi o molto bassi, comunque inferiori a 1500 euro al mese; e anche qui le giovani donne sono penalizzate pesantemente perché le meno retribuite sono proprio loro (56% al di sotto dei 1500 euro al mese). Per questi giovani l’indipendenza, l’autonomia, la crescita personale è un miraggio.

E questi dati riguardano i giovani sotto i 35 anni occupati. Ma non dimentichiamoci che vi è anche una impressionante platea di NEET, ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano, non seguono corsi professionalizzanti, non lavorano: sono 1,3 milioni ovvero il 15,2% della popolazione di quell’età! E i giovani disoccupati (cioè quelli che un lavoro lo cercano e lo vorrebbero avere) sono il 18,8%. Insomma, madama la Marchesa dovrebbe abituarsi a leggere e capire i dati statistici. O smettere di raccontare favole. Extrema ratio leggere i dati sulle prospettive previdenziali per i trentenni di oggi nel 2060 [4].  

Credo sia compito  di chi abbia realmente a cuore cuore la serenità e il benessere del Paese fare ogni sforzo per dare risposte a questi problemi, che oggi sono drammatici, ma ancor più lo saranno domani se non vi porremo rapidamente rimedio.


Note

[1] È il titolo di un aureo libretto di George Lakoff “Non pensare all’elefante” (pubblicato da Internazionale nel 2006) nel quale il noto linguista si rivolgeva ai democratici americani su come spiegare e far vincere i propri valori fondativi, senza perder tempo a confutare le bugie, le sciocchezze, le volgarità degli oppositori cercando di comunicare agli elettori quale propria verità. La propria verità, i propri valori, le proprie idee, vanno comunicate semplicemente come sono, facendone comprendere la qualità, il valore, appunto, in quanto tale, costruendo una narrazione convincente non simmetrica a quella degli avversari.

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