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Perché oggi la fabbrica ha perso il suo "potere seduttivo"?

Aggiornamento: 1 ora fa

Scarsa presenza di giovani alla manifestazione per rivitalizzare l'industria a Torino

di Gian Paolo Masone

@Paolo Siccardi
@Paolo Siccardi

Il dato era prevedibile e temuto, ma fa male lo stesso: la manifestazione unitaria di ieri, sabato 14 febbraio, dei metalmeccanici a Torino per il rilancio dell’auto e dell’industria è stata un "flop" di presenze e, in particolare, di partecipazione giovanile. Un silenzio assordante, se paragonato al fragore delle piazze per la Palestina o per il clima.

Viene da chiedersi: Mirafiori non era il cuore della città da rivitalizzare a tutti i costi? Il destino dell’auto non doveva essere il destino di tutti noi? Allora aveva colto nel segno John Elkann quando sostenne che Stellantis faticava a trovare a Torino giovani interessati a entrare in fabbrica? Come è possibile che la città e una generazione abbiano smesso di riconoscere l’importanza della manifattura per il futuro del territorio?

A mio avviso sussistono ragioni pratiche e contingenti che si intrecciano a un clima culturale e sociale ormai distante dalla realtà della fabbrica e da quello delle passate generazioni.


Il tramonto del salario

I giovani non anelano più all’assunzione per due semplici ragioni. La prima è di carattere economico: i salari sono poco invitanti. Perché accettare la disciplina ferrea della catena di montaggio quando altri lavori — meno vincolati negli orari, nei ritmi e nella fruizione delle ferie — pagano quasi lo stesso? La seconda ragione è esistenziale: la stabilità è un ricordo dei nonni. I ragazzi vedono i padri e i vicini di casa passare da un ammortizzatore sociale all’altro e capiscono che il sacrificio non garantisce più la sicurezza. La fabbrica è uscita dalla centralità dei nostri pensieri perché non promette più il futuro, ma solo la gestione del presente. Il sociologo Richard Sennett ci ha spiegato bene che un lavoro senza caratteristiche di stabilità non permette più di costruire un’identità.

Il disamore per il lavoro dipendente nasce anche dalla narrazione dell'"imprenditore di sé stesso". Come evidenziato dal sociologo Ulrich Beck, viviamo in una "società del rischio" dove l'individuo è solo nel gestire il proprio fallimento. Molti giovani preferiscono tentare la fortuna nel digitale o nelle micro-attività autonome piuttosto che entrare in fabbrica: è un tentativo disperato di riprendersi il proprio tempo, anche a costo di un reddito incerto.


Il fenomeno della divergenza sociale

Nella ricerca della scarsa motivazione dei giovani a scendere in piazza arriviamo al punto cruciale: la divergenza. Gran parte delle nuove generazioni coltiva aspirazioni lontanissime da quelle dei loro genitori ed è scivolata in un’area di estraneità totale verso le istituzioni e il lavoro organizzato. Non si tratta di indifferenza o dissenso, ma di scollamento, lontananza e, sempre più spesso, di ostilità. Scollamento: perché il contrasto con la società diventa "epistemico", non riguardando più i valori ma addirittura i fatti, e comporta una generale sfiducia in qualunque autorità. Lontananza: accentuata dal rifiuto di terreni di mediazione e dalla localizzazione dei “divergenti” in aree urbane circoscritte, frequentemente povere di servizi.

In tale contesto non giovano alla cultura del lavoro messaggi e sogni veicolati dal web, così come non aiuta il clima di scontro perenne che impera sui social. Il risultato è che oggi i giovani si mobilitano per cause globali ed etiche (Palestina, Iran, cambiamento climatico) perché queste offrono un’appartenenza valoriale immediata, ma faticano a collegare la ripresa della manifattura con il proprio futuro.


Rappresentanza generazionale cercasi...

Il sindacato, poi, viene percepito come un linguaggio "analogico" in un mondo digitale, un'istituzione che protegge i diritti di chi è già dentro, lasciando fuori chi cerca ancora di capire come entrare. La politica, d’altra parte, non gode di una considerazione migliore.

A questa incomunicabilità con i giovani contribuisce anche l’età media dei quadri sindacali. Non è un caso che l’Arcivescovo di Torino, Roberto Repole, abbia ricordato che Chiesa e Sindacato stiano sperimentando in parallelo i problemi collegati l’invecchiamento dei loro riferimenti. Se i leader, come spesso accade, hanno trent’anni in più di chi dovrebbero rappresentare, è pressoché inevitabile che le priorità percepite non siano le stesse.

La provocazione di Elkann sulla "mancanza di operai" non può quindi essere liquidata come una semplice boutade padronale. Torino non può tornare a essere "la città dell'auto" se prima non ridiventa la città dove il lavoro in fabbrica rappresenta un desiderio e non un ripiego.

Considerata la complessità dei problemi, non sarà — per politica, parti sociali e agenzie formative — un compito di breve lena.

 

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