Debí tirar más fotos e il “sogno panamericano” di Bad Bunny
- Jacopo Bottacchi
- 1 giorno fa
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di Jacopo Bottacchi

"La creazione di immagini, sia personali che collettive, costituisce un atto intrinsecamente politico che definisce valori e relazioni di potere. Nel suo pensiero, l'arte diventa una forza politica attraverso la rappresentazione autentica dello spirito, modellando la percezione culturale del sé o del noi”.
La citazione di Lewis Hyde, professore e critico d’arte, riassume perfettamente un dibattito che, almeno nelle società occidentali, è più che millenario; del complesso rapporto tra arte e potere, di quello tra asservimento ai potenti del tempo – anche attraverso ricche committenze – e critica, si è discusso e si continuerà a discutere, senza forse mai giungere ad una conclusione.
Eppure, mentre nel nostro paese, di recente, si è discusso di presunte “censure” nei confronti di un comico che avrebbe dovuto essere impegnato al Festival di Sanremo, ad altre latitudini andava in scena un atto intrinsecamente politico di ben altra portata.
Ci riferiamo, naturalmente, all’Halftime Show di Bad Bunny – al secolo Benito Antonio Martínez Ocasio – star mondiale nata e cresciuta a Puerto Rico, che dell’isola rappresenta l’ultima e la più evidente manifestazione.
Dei 13 minuti di spettacolo del cantante durante il Super Bowl dell'8 febbraio molto si è discusso, prima ancora di conoscerne il contenuto, soprattutto negli Stati Uniti, anche e soprattutto a causa delle ormai consuete guerre culturali che Donald Trump e la destra MAGA sono soliti orchestrare e condurre.
Delle polemiche molto è giunto anche sui nostri giornali; molto meno si è parlato del tentativo di ridefinire “valori e relazioni di potere” effettuato da Bad Bunny, banalizzando il messaggio finale del suo show con quella frase proiettata a caratteri cubitali sui maxischermi al termine dell’esibizione: “l’unica forza che può sconfiggere l’odio è l’amore”.
Una frase banale, che sembrerebbe indicare una scarsa riflessione da parte dell’artista stesso e del suo entourage: eppure nulla sarebbe più distante dalla realtà.
Un album, a suo modo, rivoluzionario
Ma per comprendere il “fenomeno” Bad Bunny, è necessario fare diversi passi indietro rispetto allo spettacolo andato in scena al al Levi's Stadium di Santa Clara. La sua ascesa nello star system musicale mondiale è stata tanto rapida quanto prevedibile, forse, “nascosta” nei ritmi dell’isola da cui proviene, ed in particolare dal reggaeton, che ormai da un decennio abbondante monopolizza le classifiche di vendita (o, sarebbe meglio dire, di streaming) in tutto l’Occidente.
Eppure, dietro ai codici classici del genere – e ai suoi eccessi, tra donne, feste e ostentazione – la musica di Bad Bunny nasconde molto di più.
Un segnale evidente che il cantante non si volesse limitare ad “intrattenere” era arrivato già nel 2022, con “El apagon”, il blackout, primo singolo del disco pubblicato nel 2022. Il video musicale della canzone, infatti, era stato un vero e proprio documentario, di 22 minuti, che raccontava la gravissima situazione di Puerto Rico dopo due uragani, Maria e Fiona, che tra il 2017 e il 2022 avevano penalizzato l’isola senza corrente elettrica per mesi. Ma il documentario, realizzato da giornalisti locali, si concentrava soprattutto su due fenomeni evidentemente politici: le privatizzazioni - ed in particolare quella operata da LUMA Energy, responsabile della cattiva gestione a fronte di costi elevatissimi – e la gentrificazione, con la progressiva perdita da parte degli abitanti delle risorse naturali dell’isola.
E se il 2022 era stato l’antipasto, il 2025 è stato l’anno di Bad Bunny, con la pubblicazione di Debí tirar más fotos (DTMF, in italiano Avrei dovuto scattare più fotografie), recentemente divenuto il primo album interamente in lingua spagnola ad essere premiato come disco dell’anno ai Grammy Awards.
Il disco è un vero e proprio manifesto dell’orgoglio portoricano, dalle scelte musicali – tanto reggaeton e latin trap, ma anche altri ritmi tipici della tradizione musicale dell’isola - plena, jíbaro, salsa, bomba, dembow - alle produzioni, ai musicisti con cui ha scelto di collaborare.
Ma lo è anche nei contenuti: a lato della consueta voglia di fare festa e divertirsi, di un disco che si fonda sui ritmi e sulla voglia di ballare, Bad Bunny non risparmia la critica sociale, in particolare in canzoni come LO QUE LE PASÓ A HAWAii, un duro attacco verso la gestione di un altro territorio “incorporato” dagli Stati Uniti e trasformato in paradiso turistico per ricchi, a dispetto delle comunità locali.[1] E, elemento di particolare pregio, il disco è accompagnato, nella sua versione “video”, dallo storico Jorell Meléndez-Badillo - a sua volta portoricano ma “di base” nelle università statunitensi - che accompagna ogni canzone con un testo dedicato a storie, culture e tradizioni dell’isola. Un esperimento inedito, perlomeno in questi tempi, ed in particolare per una super pop star mondiale.
Il Super Tazón
Arriviamo così, ad un anno di distanza dalla pubblicazione di DTMF, alla scelta di Bad Bunny come artista per lo show dell’intervallo del Super Bowl (che Bad Bunny chiama Super Tazón, arrivando a tradurne anche il nome, nella sua presentazione), il momento di maggior attenzione della tv statunitense. E immediatamente arrivano le polemiche della destra MAGA che, come detto, non può e non vuole accettare uno show interamente in spagnolo, da parte di un artista che ha annullato interamente la sua tournée statunitense per non rendersi, involontariamente, complice delle retate dell’ICE, che prevedibilmente avrebbe utilizzato i suoi concerti come ghiotta occasione per identificare e arrestare decine di migliaia di latinos negli Stati Uniti.
Critiche che non nascondono, oltre al chiaro razzismo, l’ignoranza dei commentatori dell’estrema destra, quando chiedono “un americano” come artista per lo show; peccato che, in quanto nato a Puerto Rico, Bad Bunny sia a tutti gli effetti un cittadino statunitense, visto che – seppur privata del diritto di voto – l’isola è a tutti gli effetti un territorio statunitense, nei fatti una colonia.
Bad Bunny non ha esitato a rispondere alle polemiche, ma lo ha fatto solo attraverso il suo lavoro: nel momento di maggior importanza culturale dello spettacolo, si è lanciato nel grido “GOD BLESS AMERICA”, affrettandosi però a precisare: “sia Chile, Argentina, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Perú, Ecuador, Brasil, Colombia, Venezuela, Guyana, Panamá, Costa Rica, Nicaragua, Honduras, El Salvador, Guatemala, México, Cuba República Dominicana, Jamaica, Haití, las Antillas, United States, Canadá e la mia patria, Puerto Rico. Ci siamo ancora"
Una lista di nazioni che sfida in maniera diretta e frontale il mito dell’“eccezionalismo americano” degli USA; un tentativo di ridefinizione dei rapporti di potere, insomma, della percezione culturale del sé e dell’altro. Un ricordo, quanto mai attuale, agli Stati Uniti: voi non siete l’America, siete un pezzo di una storia più grande, di un intero continente, che si estende dalla Terra del Fuoco al nord del Canada.
Il tutto fatto, come sempre, nello stile di Bad Bunny: che è quello della festa, del ballo, del divertimento più assoluto, nel quale sono state rappresentate tutte le innumerevoli singolarità che compongono le comunità americane, latina e non solo; e allora, spazio ai campi di canna da zucchero, al venditore di cocco, allo stand dei tacos in strada, alle anziane con i loro negozi di quartiere, alle estetiste, ai bambini che dormono sulle sedie durante una festa, ad un matrimonio misto celebrato in diretta e, di nuovo, alla crisi energetica di Puerto Rico.
Spazio anche alla bandiera “originaria” di Puerto Rico, quella con l’azzurro più chiaro, prima che gli Stati Uniti la cambiassero: un vero e proprio “grido di indipendenza” in diretta mondiale.
E poi, un omaggio a chi lo ha preceduto, Ricky Martin, stella del latin pop made in Puerto Rico ben prima di Bad Bunny, che tuttavia era stato costretto ad “americanizzarsi” cantando in inglese, per adeguarsi al mercato; e allora Martin, invitato ad intonare il ritornello proprio di LO QUE PASO A HAWAII, è ben più di un’ospitata, ma è anche e soprattutto un racconto e un’affermazione personale.
Il risultato finale è stato poco più di 13 minuti dall’elevatissimo valore artistico, ma anche politico, persino “panamericano” nelle intenzioni: un panamericanismo nel quale Puerto Rico – e la comunità latina – non accetta di occupare la parte del comprimario nella storia, ma rivendica tutta la sua centralità.
Il risultato potrà non piacere – il latin pop in questi ultimi anni ha dato ottimi motivi per non farsi apprezzare - ma non è possibile ignorarlo, fingendo che non sia esistito.
Qualcuno nel nostro paese cantava, giustamente, “non ho mai detto che a canzoni, si fan rivoluzioni” - ironizzando contro chi gli voleva attribuire ad ogni costo il ruolo di leader rivoluzionario e intellettuale. Quello di Bad Bunny, però, è stato intrinsecamente un atto politico, di rappresentazione autentica dello spirito. E probabilmente non sarà l’ultimo di un personaggio istrionico, capace al tempo stesso di collaborare con un accademico per il suo disco e di “combattere”, a tempo perso, come wrestler della WWE, nota federazione statunitense.
Non c’è da illudersi, difficilmente lo sforzo di rappresentazione porterà conseguenze concrete o fulminazioni sulla via di Damasco per chi, più volte, ha dimostrato di non volere o non poter capire, tanto da essersi organizzato una spettacolo – deludente – alternativo durante il Super Bowl, pur di non assistere a quello interamente in spagnolo.
Eppure, non possiamo che augurarci che Bad Bunny – e altri, come lui e dopo di lui – continuino nel loro sforzo, ciascuno a modo suo. D'altronde, anche Guccini concludeva la sua celebre invettiva ricordandoci quanto gli piacesse “far canzoni, bere vino e far casino”, ma soprattutto, pur essendosi ribellato al ruolo di leader popolare, ci garantiva di avere “ancora tante cose ancor da raccontare per chi vuole ascoltare… e a culo tutto il resto”.
Note
[1] Testo spagnolo
Esto fue un sueño que yo tuve
Ella se ve bonita, aunque a veces le vaya mal
En los ojo' una sonrisa, aguantándose llorar
La espuma de su' orilla' parecieran de champán
Son alcohol pa las herida', pa la tristeza bailar
Son alcohol pa las herida', porque hay mucho que sanar
En el verde monte adentro, aún se puede respirar
Las nubes están más cerca, con Dios se puede hablar
Se oye al jíbaro llorando, otro má' que se marchó
No quería irse pa Orlando, pero el corrupto lo echó
Y no se sabe hasta cuando-
Quieren quitarme el río y también la playa
Quieren al barrio mío y que abuelita se vaya
No, no suelte' la bandera ni olvide' el lelolai
Que no quiero que hagan contigo lo que le pasó a Hawái
Aquí nadie quiso irse, quien se fue sueña con volver
Si algún día me tocara, que mucho me va a doler
Otra jíbara luchando, una que no se dejò
No quería irse tampoco y en la isla se quedó
Y no se sabe hasta cuando-
Quieren quitarme el río y también la playa
Quieren al barrio mío y que tus hijos se vayan
No, no suelte' la bandera ni olvide' el lelolai
Que no quiero que hagan contigo lo que le pasó a Hawái
No, no suelte' la bandera ni olvide' el lelolai
Que no quiero que hagan contigo
Lelolai, lelolai
Ay, ay, ay, ay, ay, lelolai
Traduzione Google
Questo era un sogno che ho fatto È bellissima, anche se a volte le cose le vanno male Un sorriso negli occhi, che trattiene le lacrime La schiuma sulla sua riva sembra champagne Sono alcol per le ferite, per ballare nella tristezza Sono alcol per le ferite, perché c'è così tanto da guarire Nel profondo delle montagne verdi, puoi ancora respirare Le nuvole sono più vicine, puoi parlare con Dio Puoi sentire il connazionale piangere, un altro che se n'è andato Non voleva andare a Orlando, ma il corrotto lo ha cacciato E chissà per quanto tempo- Vogliono portarmi via anche il mio fiume e la spiaggia Vogliono che il mio quartiere e che la nonna se ne vada No, non mollare la bandiera o dimenticare il lelolai Perché non voglio che ti facciano quello che è successo alle Hawaii Qui, nessuno voleva andarsene, quelli che se ne sono andati sognano di tornare Se mai succedesse a me, mi farebbe molto male Un'altra contadina che lotta, una che non si è arresa Nemmeno lei voleva andarsene, ed è rimasta sull'isola E chissà per quanto tempo- Vogliono portarmi via anche il mio fiume e la mia spiaggia Vogliono che il mio quartiere e i tuoi figli se ne vadano No, non mollare la bandiera e non dimenticare il lelolai Perché non voglio che ti facciano quello che è successo alle Hawaii No, non mollare la bandiera e non dimenticare il lelolai Perché non voglio che ti facciano Lelolai, lelolai Ay, ay, ay, ay, ay, lelolai













































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