La Stanza del pensiero critico. Torino come metafora di un’Italia che non decide
- Savino Pezzotta
- 1 giorno fa
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Aggiornamento: 3 ore fa
Un’analisi sollecitata dall’intervento di Gian Paolo Masone.
di Savino Pezzotta

L’intervento di Gian Paolo Masone sulla scarsa partecipazione alla manifestazione dei metalmeccanici a Torino ha avuto il merito di riportare al centro del dibattito un nodo che da troppo tempo viene aggirato: il rapporto tra giovani, industria e futuro del Paese.[1] La piazza vuota non è un dettaglio marginale, né un incidente organizzativo. È un sintomo. E come tutti i sintomi, rivela un malessere più profondo, che riguarda non solo Torino, ma l’intera Italia.
Torino, con la sua storia industriale, è il luogo dove questi segnali diventano più visibili. È una città che ha vissuto sulla propria pelle la trasformazione dell’industria automobilistica, la delocalizzazione, la perdita di centralità, la fatica di reinventarsi. Ma ciò che accade qui anticipa ciò che accadrà altrove. Se la politica continua a ignorare ciò che la città sta mostrando, rischiamo di ritrovarci a discutere di “flop” ben più gravi.
Una politica che ha smesso di governare i processi

Il punto centrale, che Masone ha evocato e che merita di essere approfondito, riguarda la responsabilità politica. Da anni la politica italiana ha rinunciato a esercitare un ruolo di guida. Non governa i processi, li rincorre. Non anticipa le trasformazioni, le subisce. Non costruisce strategie, ma reagisce alle emergenze. Sembra impegnata in una campagna elettorale permanente.
A Torino questo atteggiamento è diventato quasi una cifra stilistica. Ogni crisi industriale viene affrontata come se fosse un fulmine a ciel sereno, anche quando era ampiamente prevedibile. Si convocano tavoli all’ultimo minuto, si annunciano investimenti che evaporano nel giro di pochi mesi, si inseguono le decisioni di gruppi multinazionali che non rispondono più al territorio. La città vive così in una sorta di limbo: non più capitale dell’auto, non ancora capitale di qualcos’altro. E la politica, invece di costruire una strategia industriale nazionale che dia senso e direzione, si limita a gestire l’ordinario.
Il risultato è un Paese che non decide. Non decide quali filiere sostenere, quali competenze formare, quali territori rilanciare. Non decide come affrontare la transizione ecologica, né come accompagnare quella digitale. Non decide come rendere l’industria un luogo desiderabile per le nuove generazioni. E quando un Paese non decide, qualcun altro decide al suo posto.

La demografia come detonatore silenzioso
A rendere tutto più fragile c’è un fattore che la politica continua a trattare come un dato statistico, quando invece è un terremoto strutturale: la crisi demografica. L’Italia è uno dei Paesi più vecchi al mondo, e Torino è una delle città più anziane d’Italia. Eppure si continua a parlare di “mancanza di giovani in piazza” come se fosse un problema di volontà, non di numeri.
La manifattura cerca una generazione che, semplicemente, non esiste più. E quella che esiste, spesso, è già altrove: all’estero, nel digitale, in lavori meno faticosi e più flessibili, oppure in un limbo di precarietà che non permette di immaginare un futuro. La politica, invece di affrontare la questione con misure strutturali — politiche familiari serie, sostegno alla natalità, integrazione dell’immigrazione, investimenti nella formazione tecnica — preferisce ignorarla o usarla come arma retorica.
Così la bomba demografica continua a ticchettare, mentre il Paese discute di tutto fuorché del suo futuro. E la piazza vuota di Torino diventa il simbolo di un’Italia che non ha ancora compreso che senza giovani non c’è industria, non c’è welfare, non c’è crescita, non c’è futuro.
Giovani rimproverati, non ascoltati
La parte più polemica, ma anche più evidente, è che la politica sapeva. Sapeva che la popolazione attiva stava crollando, che i salari stagnavano, che la formazione tecnica veniva abbandonata, che l’industria dell’auto stava cambiando pelle, che Torino rischiava di perdere il suo ruolo. Eppure ha preferito rinviare, rimandare, minimizzare. Ha preferito la gestione del presente alla costruzione del futuro.
Torino è stata lasciata sola proprio nel momento in cui avrebbe avuto bisogno di una visione nazionale. E oggi paga il prezzo di questa solitudine: una città che non riesce più a mobilitare i suoi cittadini perché nessuno ha spiegato loro quale futuro dovrebbero difendere.
La politica continua a rivolgersi ai giovani come se fossero una categoria da educare, non da coinvolgere. Li invita a “tornare in fabbrica”, ma non offre salari adeguati, percorsi di crescita, stabilità. Li accusa di non partecipare, ma non costruisce spazi in cui la partecipazione abbia un senso. Li richiama all’ordine, ma non offre un ordine in cui valga la pena credere.
La disillusione non nasce dal nulla: nasce da anni di promesse mancate, di precarietà normalizzata, di retorica senza prospettiva. E la piazza vuota di Torino è la fotografia di questa distanza.
La piazza vuota non è un incidente: è un verdetto. Dice che l’Italia non può più vivere di nostalgie industriali senza costruire un futuro industriale. Dice che la politica deve smettere di trattare la demografia come un destino e iniziare a trattarla come una priorità. Dice che non si può chiedere ai giovani di difendere un modello che non li include.
Torino, ancora una volta, anticipa ciò che accadrà altrove. La domanda è se la politica avrà il coraggio di ascoltare questo segnale o se continuerà a ignorarlo, finché non sarà troppo tardi.
Note













































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