Berlinguer, l'economia e il limite. Dialogo di un'epoca con Pierre Carniti e Claudio Napoleoni
- Savino Pezzotta
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Aggiornamento: 1 ora fa
di Savino Pezzotta

Domenica 15 febbraio per ritornare alla lettura, ma sarebbe più corretto dire visione, che Enrico Berlinguer diede dell'economia, dopo la finestra aperta sul mondo del lavoro e sulla classe operaia nel dibattito di sabato 14.[1] Teatro la mostra dedicata alla sua figura che si svolge al Museo Ettore Fico, in via Cigna 114, a Torino.
L'appuntamento è alle 11 e parteciperanno all'incontro, che ha per titolo 'La democrazia economica, attualità di una prospettiva', Federico Fornaro, parlamentare del Pd, Cecilia Guerra, economista e già sottosegretaria al Ministero dell'Economia con i governi Conte e Draghi, Igor Piotto della Camera del Lavoro di Torino e Sergio Scamuzzi, docente all'Università di Torino.
Sul tema, che contiene più risvolti di stretta e reale attualità, un'interessante rielaborazione di Savino Pezzotta che attorno alla figura di Berlinguer fa muovere come in un gioco di specchi l'economista Claudio Napoleoni (1924-1988) e il leader della Cisl fino al 1985 Pierre Carniti (1936-2018).
La Porta di Vetro
Nel dibattito pubblico italiano, il nome di Enrico Berlinguer continua a riemergere ogni volta che si tenta di immaginare un’economia capace di tenere insieme sviluppo, giustizia sociale e responsabilità collettiva. Non è un caso: Berlinguer non fu un economista, ma comprese con lucidità che la questione economica non è mai solo una questione di numeri. È una questione di civiltà, di rapporti di potere, di qualità della vita, di limiti e di possibilità. In questo senso, il suo pensiero dialoga sorprendentemente bene con quello di Claudio Napoleoni, uno degli economisti più originali e inquieti del Novecento italiano, capace di mettere in discussione tanto l’ortodossia marxista quanto il dogma neoliberale.
Berlinguer aveva intuito che la crisi degli anni Settanta non era una semplice “congiuntura”, ma l’inizio di una trasformazione profonda. La crescita illimitata, fondata sul consumo di risorse e sulla competizione esasperata, mostrava già allora le sue crepe. Da qui la sua insistenza sulla questione morale: non come richiamo moralistico, ma come tentativo di riportare l’economia dentro un orizzonte di responsabilità pubblica. Per Berlinguer, la degenerazione dei partiti, la corruzione, l’uso privatistico delle istituzioni non erano fenomeni separati dalla crisi economica; ne erano, al contrario, una delle cause strutturali. Un sistema politico che non risponde ai cittadini non può governare l’economia in modo equo, né può orientare lo sviluppo verso fini collettivi.
Napoleoni, da parte sua, aveva colto un nodo simile: l’economia non è un meccanismo neutrale, ma un campo di scelte etiche e politiche. La sua critica al produttivismo – tanto capitalista quanto socialista – nasceva dalla consapevolezza che la crescita non può essere un fine in sé. In questo senso, Napoleoni anticipa temi oggi centrali: la crisi ecologica, la necessità di ripensare i modelli di sviluppo, l’urgenza di un’economia che riconosca il valore del limite. È un pensiero che risuona profondamente con l’idea berlingueriana di austerità, spesso banalizzata come politica di sacrifici, ma che in realtà era una proposta di trasformazione culturale: vivere meglio con meno spreco, meno diseguaglianza, meno dipendenza dai consumi superflui.
La divergenza con la linea carnitiana: inflazione, salari e responsabilità
È proprio sul terreno dell’austerità e della gestione della crisi che emerge una differenza significativa tra Berlinguer e Pierre Carniti. Entrambi riconoscevano la gravità dell’inflazione come minaccia alla coesione sociale, ma divergevano sul modo di affrontarla.
Berlinguer vedeva nella moderazione salariale e in un nuovo patto sociale strumenti necessari per ricondurre l’economia entro un quadro di responsabilità collettiva. La sua idea di austerità era anche un invito a ridurre consumi eccessivi e sprechi, a riorientare la società verso beni relazionali e pubblici.
Carniti, pur condividendo l’esigenza di responsabilità, insisteva su un punto decisivo: la lotta all’inflazione non poteva essere scaricata prevalentemente sul lavoro dipendente. Per lui, la moderazione salariale aveva senso solo se accompagnata da una politica dei redditi realmente equa, da un controllo dei profitti, da una riforma fiscale progressiva e da un forte intervento pubblico sulla struttura dei prezzi.
Carniti temeva che un’austerità non bilanciata potesse trasformarsi in una compressione unilaterale dei salari, minando la dignità del lavoro e la credibilità del patto sociale. È una posizione che anticipa molti dei temi che la CISL svilupperà negli anni successivi: la necessità di una responsabilità condivisa, non asimmetrica; la centralità della contrattazione; il rifiuto di una visione tecnocratica della stabilizzazione economica.
Gli Accordi di San Valentino: un passaggio cruciale
Questa divergenza si riflette anche nella lettura degli Accordi di San Valentino del 1984, che segnarono un momento di forte tensione tra la Cisl e il Pci. Gli accordi – che riducevano la scala mobile per contenere l’inflazione – furono sostenuti da Carniti e dalla CISL perché interpretati come un tentativo di governare la crisi attraverso un compromesso difficile ma necessario, volto a evitare una spirale prezzi-salari che avrebbe ulteriormente eroso il potere d’acquisto dei lavoratori. Per Carniti, la scelta aveva senso solo se inserita in una strategia più ampia di riforme, partecipazione e redistribuzione.
Berlinguer, pur consapevole della gravità dell’inflazione, guardò con maggiore diffidenza a quell’operazione, temendo che il costo della stabilizzazione ricadesse in modo sproporzionato sui lavoratori e che il governo Craxi stesse utilizzando la crisi per ridimensionare il ruolo del sindacato e dei corpi intermedi.
Questa differenza non è un dettaglio tecnico: illumina due modi diversi di intendere il rapporto tra economia, politica e società. Da un lato, la ricerca di un equilibrio negoziato e pragmatico; dall’altro, la preoccupazione per gli squilibri di potere e per il rischio di una stabilizzazione che sacrificasse la giustizia sociale.
Una lettura cislina: partecipazione, limite e democrazia economica
È qui che si apre un terreno fertile per una lettura cislina. La CISL, con la sua tradizione di umanesimo del lavoro, ha sempre sostenuto che l’economia debba essere orientata alla persona, non viceversa. La critica al produttivismo, che accomuna Berlinguer e Napoleoni, trova un’eco naturale nella cultura economica della Cisl e della contrattazione come strumento di democrazia economica. L’idea che il lavoro non sia solo un fattore della produzione, ma un luogo di dignità, di relazioni, di costruzione del bene comune, è un punto di contatto profondo.
Il punto di convergenza più forte tra Berlinguer, Napoleoni e la visione economica cislina sta forse proprio qui: nell’idea che l’economia debba essere ricondotta entro un quadro di scelte collettive consapevoli, e non abbandonata alle forze impersonali del mercato o alle inerzie della burocrazia. Berlinguer parlava di “nuovo modello di sviluppo”, Napoleoni di “critica dell’economicismo”, la CISL di “partecipazione e corresponsabilità”: tre formule diverse per indicare la stessa esigenza di fondo, quella di restituire alla politica e ai corpi intermedi la capacità di orientare l’economia verso fini umani.
Oggi, in un tempo segnato da nuove diseguaglianze, precarietà diffusa, crisi climatica e sfiducia nelle istituzioni, la ripresa di un approfondimento e di una nuova analisi della realtà economica e del capitalismo tecnocratico è di grande attualità: il tema va affrontato con paradigmi e elementi teorici nuovi perché oggi non basta correggere gli eccessi del mercato o invocare riforme tecniche. Serve una visione. Serve la capacità di immaginare un’economia che non misuri il benessere solo in termini di PIL, ma in termini di qualità delle relazioni, di sicurezza del lavoro, di accesso ai beni comuni, di sostenibilità ambientale, di partecipazione democratica.
In questo senso la democrazia economica perché non resti confinata nella semplice partecipazione alla impresa e non cada nelle astrazioni occorre che diventi un processo quotidiano fatto di contrattazione, di rappresentanza, di dialettica sociale. Ricorda che i corpi intermedi non sono un ostacolo, ma un’infrastruttura essenziale della democrazia e che la responsabilità di oggi sta nel rafforzare la democrazie e respingere ogni tentazione nazionalistica e identitaria e in particolare respingere le leggi che tendono a ridurre i diritti costituzionali nel confronti delle persone immigrate.
Forse è proprio questo il lascito più prezioso di Berlinguer e Napoleoni, riletto attraverso una sensibilità cislina carnitiana: l’idea che l’economia non sia un destino, ma un campo di possibilità. Che la politica, quando è capace di visione e di coraggio, può orientare lo sviluppo verso forme più giuste, più sobrie, più umane. E che la democrazia, per essere viva, deve tornare a interrogarsi non solo su come distribuire la ricchezza, ma su che cosa consideriamo ricchezza, e su quale futuro vogliamo costruire insieme.
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