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Ma Elisabetta II era sovrana d'Italia?

di Menandro



Da ventiquattr'ore prosegue infaticabile la maratona a reti televisive unificate per l'italica beatificazione di Elisabetta II, sovrana del Regno Unito, deceduta ieri all'età di 96 anni, dopo 70 anni di Regno. Dalle edizioni speciali al salotto di Porta a Porta e alle cronache radiotelevisive, gli italiani stanno apprendendo, con una full immersion nel passato remoto e recente che ha rari precedenti, i particolari privati e pubblici di Elisabetta II: dal numero di anni di matrimonio con Filippo di Edimburgo a quello dei suoi figli e nipoti con vicende famigliari annesse, dai suoi viaggi e paesi visitati ai primi ministri britannici ricevuti, da Winston Churchill (che l'ammirava) a Liz Truss ( che la contestò in gioventù), ai presidenti degli Stati Uniti e alle centinaia di capi di Stato conosciuti, fino al suo humour, naturalmente english, ai numerosi cappellini e alle migliaia di scarpe.


E con un provincialismo di cui gli italiani sono ritenuti maestri e per il quale ricevono puntualmente come la scadenza di una cambiale l'Oscar alla carriera, non c'è immagine, dal foulard e agli stivali indossati con stile regale al Castello di Balmoral in Scozia, la magione di sua proprietà (e non della Corona, come si sono affrettati a puntualizzare gli esegeti di storia inglese) ai tanto amati cani e cavalli, che non sia diventata iconica. Insomma, non c'è fotogramma in bianco e nero o a colori della sua lunga esistenza che non sia visto alla moviola dal circo barnum degli entomologi delle faccende di casa Windsor.


Nel bene e nel male. In primis, la felicità del matrimonio mantenuta però intatta soltanto da una dose di straordinario pragmatismo per reggere all'inganno delle "scappatelle", secondo i tabloid, del marito, sensibile al profumo di donna. Episodi che si potrebbero definire "fisiologici" in un rapporto di coppia e comunque dagli effetti tenuti sotto controllo rispetto al clamore suscitato dalla tragica parabola di Lady Diana, moglie di Carlo, oggi re Carlo III, che ridiede luce a un mai sopito sentimento antimonarchico.


La copertura mediatica è dunque tale, con punte di enfasi e retorica soverchianti e sopra le righe anche per rispetto ai drammi concreti che colpiscono le imprese e quote sempre più rilevanti di italiani, che a qualcuno è sorto il dubbio che la regina Elisabetta II sia stata in incognito la sovrana dell'Italia. Quella, per essere chiari, di cui i monarchici nostrani si sono sentiti orfani dal 2 giugno del 1946 e di cui sentirsi fieri per il coraggio mostrato sotto le bombe che piovevano su Londra o per lo spirito solidale con cui guidava le ambulanze durante la Seconda guerra mondiale. Comportamenti che fanno impallidire lo stile dei loro omologhi di Casa Savoia, che al fascismo avevano anche ceduto la libertà degli italiani e la loro stessa dignità, firmando le leggi razziali nel 1938.



O forse, - perdendo però il concetto di misura nel giudizio e di distanza dagli avvenimenti che mai dovrebbe venire meno in un popolo - gli italiani, rendendole onore con dovizia di particolari, cercano in questa regina - "simbolo perché ha regnato a lungo, ma non ha segnato il '900", per usare la parole equilibrate dello storico inglese Donald Sassoon - un senso di appartenenza smarrito, non più rintracciabile con comuni strumenti del buon senso sopraffatto dalla mediocrità dominante. In qualunque caso, ieri 8 settembre, ricorrenza della catastrofe militare del 1943, da addebitare principalmente alla monarchia all'epoca, comandante in capo delle nostre Forze Armate, l'Italia ha definitivamente superato l'ostilità verso la "Perfida Albione". Non sarà un grande risultato, ma ai provinciali, soprattutto a quelli dell'informazione, riesce sempre meglio ciò che non appartiene loro, anche perché costa meno. Ora, è tempo di God save the king.


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