Per passione, non solo musica e parole...
- a cura del Baccelliere
- 11 ore fa
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Johnathan Blake sulle tragedie dell'America trumpiana
a cura del Baccelliere

Dopo aver letto il mio ultimo pezzo, un caro amico mi ha fatto notare che una rubrica in cui si evocano Puccini, i Clash e Miles Davis, anziché “per passione”, dovrebbe chiamarsi “per pensione”. Raccogliamo la provocazione e ci prepariamo a un periodo di - relative - sofferenze. Dalla riviera echeggiano le grida di coloro che correranno al capezzale dell’industria discografica nazionale. O di quel che ne resta.
Guardiamo altrove. Johnathan Blake (1976), batterista di Philadelphia da anni di stanza a New York, nell’ultimo scorcio del 2025 ha pubblicato un disco intitolato My life matters. Si tratta di un lavoro profondo, il racconto in musica delle contraddizioni dell’attualità. L’album si sviluppa come una suite di quattordici brani che sembrano ripercorrere le tragedie dell’America trumpiana ma anche i suoi sogni di dignità e l’aspirazione ad un domani migliore.
Il titolo rimanda al movimento Black lives matter, successivo all’assassinio di George Floyd, ma il senso dell’opera è anche più ampio. My life matters è un disco di jazz, nel quale riecheggiano il soul, il blues e l’hip hop, a raccogliere il testimone di un secolo di black music. La formazione è anticonvenzionale. Un quintetto, in cui a sax, pianoforte, basso e batteria si unisce il vibrafono, completato da recitativi, scratch ed elementi urbani. Gli strumenti si alternano fra la dimensione acustica e quella elettronica. In particolare l’EWI - midi controller per strumenti a fiato - e l’impiego di effetti ottenuti con il giradischi introducono timbriche che rimandano a contesti di volta in volta eterei o urbani[1].
La fusione di modernità e tradizione conferisce al lavoro un tratto estremamente contemporaneo, che dà risalto ai contenuti. I testi non sono cantati come avverrebbe nella pop music ma elementi timbrici e narrativi che si integrano nel tessuto sonoro. Centrale è la riflessione sul famoso discorso del Reverendo King - I still have a dream[2] - un sogno di giustizia e uguaglianza. Conclude il disco una preghiera Prayer for a brighter tomorrow, una speranza per un domani più luminoso[3]. È tutto il disco ad essere luminoso. La musica rifugge il virtuosismo per esprimersi attraverso contrasti forti che interpretano altrettanto forti temi sociali. La centralità dei diritti, individuali e collettivi. La giustizia. Il suono della batteria del leader si fa narratore ritmico di un diario musicale esteso che racconta emozioni e racchiude ineludibili speranze. La musica è un veicolo di civiltà[4].
Con queste premesse sembra chiaro: possiamo continuare a coltivare la passione, anche sulla Porta di Vetro. La pensione, come il paradiso di Warren Beatty, può attendere.
Note













































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