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La propaganda degli ayatollah e l’illusione in Occidente delle guerre "regime change"

di Alberto Scafella


C’è qualcosa di surreale nel regime degli ayatollah. Da una parte rivendica di aver inflitto una lezione storica all’Occidente. Dall’altra continua a tappezzare giornali, manifesti e canali ufficiali con le fotografie dei leader occidentali e israeliani trasformati nei nemici assoluti dell’Islam, obiettivi da eliminare, alimentando una propaganda che vive di slogan, martiri e infedeli, come si legge sulle prime pagine dei quotidiani iraniani. Se davvero avessero vinto, verrebbe da chiedersi, perché avrebbero ancora bisogno di convincere gli iraniani? È il riflesso più autentico di ogni autocrazia: quando la realtà vacilla, aumenta la dose di propaganda. Eppure anche in Occidente c’è un’illusione speculare. Quella secondo cui basta qualche bombardamento ben assestato e qualche titolo trionfale per decretare la fine di un regime. Come se la storia fosse una serie televisiva e il cambio di governo il naturale epilogo dell’ultima puntata.

La realtà è infinitamente meno cinematografica. Le dittature non crollano perché vengono bombardate. Le dittature, almeno all’inizio, sfruttano i bombardamenti per raccontarsi come vittime, trasformano ogni esplosione in un comizio patriottico, ogni critica in tradimento, ogni dissidente in una presunta quinta colonna del nemico. Accadde anche in Italia, durante la Seconda guerra mondiale.

È esattamente ciò che il regime iraniano sta cercando di fare: sostituire il consenso con la paura e la paura con la propaganda. Naturalmente questo non significa che il regime sia uscito vincitore. Anzi. Ha subito danni militari significativi, ha visto incrinarsi l’immagine di invulnerabilità dei suoi apparati e continua a fare i conti con un’economia logorata, un'inflazione galoppante che sfibra i salari e il potere d'acquisto della sua moneta, e con una società che, sotto la superficie, resta attraversata da profonde tensioni.

Ma un conto è indebolire uno Stato sul piano militare.[1] Un altro è abbattere un sistema di potere costruito mattone su mattone dal 1979. Ed è qui che l’Occidente dovrebbe smettere di inseguire i fuochi d’artificio e riscoprire il valore della pazienza strategica. I regimi ideologici non temono soltanto i missili.

Temono molto di più le informazioni, le divisioni interne, le crepe nelle catene di comando, il dissenso che riesce a organizzarsi, l’intelligence che comprende invece di improvvisare. Perché un bunker si ricostruisce. La fiducia all’interno di un apparato, quando si rompe, è molto più difficile da restaurare. Nel frattempo gli ayatollah continueranno a stampare manifesti, a indicare i soliti “infedeli” come responsabili di ogni male e a vendere ai propri cittadini l’ennesima favola della fortezza assediata. È il repertorio di ogni regime in difficoltà: quando non puoi offrire prosperità, offri un nemico; quando non puoi garantire libertà, distribuisci paura.

La vera domanda, allora, non è se l’Iran abbia vinto o perso questa guerra. La domanda è: quanto a lungo un regime può sopravvivere nutrendosi di propaganda, mentre la realtà continua a presentargli il conto? Perché la propaganda può riempire i muri di manifesti. Ma non riempie i frigoriferi. E soprattutto non cancella il desiderio di libertà di un popolo che, prima o poi, smette di credere anche alle fotografie dei nemici esibite come trofei.


[1] Secondo l'agenzia Tasnim, vicina al Corpo delle Guardie della rivoluzione, gli Stati Uniti hanno colpito all'alba di oggi, domenica 12 luglio, alcune aree delle province iraniane di Kohgiluyeh, Boyer-Ahmad e Khuzestan. Non si sono registrate vittime, ma solo danni materiali limitati e la situazione rimane completamente sotto controllo e "che le forze di sicurezza, militari e forze dell'ordine restano in massima allerta".

Da parte Usa, sarebbero 140 gli attacchi missilistici portati in Iran. Il comando centrale delle forze armate statunitensi, CentCom, ha smentito l'affermazione dei pasdaran di un controllo iraniano dello Stretto di Hormuz.

 

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