L'EDITORIALE DELLA DOMENICA. L'inquietante evoluzione delle guerre moderne "convenzionali"
- Marcello Croce
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di Marcello Croce

Si sa che dal 1945 in poi va tenuta ferma una distinzione fra guerra convenzionale e guerra nucleare. La distinzione si motiva col fatto che le bombe su Hiroshima e Nagasaki vennero sganciate dall’aviazione di un Paese distante quasi 9000 chilometri, e che il Giappone non aveva alcuna arma nucleare. Erano due condizioni, la cui mancanza fino ad oggi ha avuto un effetto dissuasivo. Ma che una guerra venga definita convenzionale non è cosa rassicurante: da tempo le guerre non vengono più nemmeno dichiarate, si fanno e basta.
Oggi le potenze atomiche della Terra sono nove: cinque riconosciute come tali dal cosiddetto Trattato di non proliferazione, e, guarda caso, sono quelle che vinsero la Seconda guerra mondiale, cioè Usa, Russia, Regno Unito, Francia e Cina; le quattro “intruse” sono India, Pakistan, Corea del Nord, Israele.
A sua volta però intanto la missilistica, a partire da basi terrestri, marine o sottomarine, o addirittura satellitari può raggiungere la portata di 15.000 chilometri, con punte di 18.000. Il parallelo medio terrestre sappiamo che misura una lunghezza di 28.360 chilometri.
Va poi aggiunto che nel frattempo la guerra missilistica è giunta a un grado estremo di automatismo “intelligente”, vale a dire predisposto per autoregolarsi nel raggiungimento dell’obiettivo. Ciò che sta accadendo da mesi soprattutto sul fronte medio-orientale lo testimonia in modo inequivocabile.
Guerra illimitata e senza più regole
Come uno scenario di cartapesta è crollato l’intero sistema di diritto internazionale, a partire dalle Nazioni Unite e dalla Corte di giustizia che ne dipende (per non dire della Corte penale internazionale, che fu sottoscritta da 137 Stati sovrani nel vicino 1998). È quindi venuta meno la distinzione tra legittimità e delinquenza fra soggetti titolari di sovranità (Stati) o fra soggetti di responsabilità individuali (capi di Stato colpevoli di genocidio o altri crimini contro l’umanità).
Indipendentemente dallo sdegno che questo può suscitare, ne consegue che oggi la guerra è indefinitamente illimitata e priva di regole, fatta eccezione della distinzione fra ciò che è utile e ciò che è dannoso. In altre parole, la guerra è esclusivamente solo più economica.
È tale, ma non solo nel senso del mero scopo economico per il quale viene condotta. È guerra economica nel senso primario dell’assenza di regole, deregulation, del rifiuto di limiti o condizioni, come richiede il principio della libertà di scambio. Questa osservazione mi sembra importante, perché segna anche la fine della pretesa di avere delle buone ragioni (la justa causa presieduta dalla Chiesa medievale) che valgano il rischio di combattere e di morire. Si pensi, per capire di cosa sto parlando, al colpo di mano fatto da Trump in Venezuela, o a quello in atto su Cuba. Alle sue mire sulla Groenlandia sostenute davanti al mondo. Oppure al raggelante genocidio “all’aperto” perpetrato da Netanyahu sulla striscia di Gaza.
Il senso dell'art. 11 della Costituzione
Si sa che la guerra esiste dalla memoria “storica” dell’uomo, e che fino a oggi al riguardo si sono scontrate almeno tre posizioni politiche. La prima è la sua sublimazione, la seconda la sua limitazione (come eccezione), la terza il suo rifiuto. È un argomento difficile questo da affrontare, perché richiede la fatica del pensiero, la paziente analisi e il confronto dei pro e dei contro.
Se proviamo ad ammettere che la guerra sia un’eccezione (e la pace perciò costituisca la regola), credo che possiamo riconoscervi anche il senso dell’articolo 11 della nostra Costituzione (che non sto qui a riprodurre, lo conosciamo tutti). Enuncia un rifiuto condizionato della guerra, circoscrivendone il senso - "come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli" - e la causa - "come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali"-.
Significa, in buona sostanza, che per la nostra Costituzione la guerra è l’eccezione puramente difensiva, quella condotta per reagire alla minaccia palese di aggressione da parte di un altro Stato.
Si potrebbe discutere delle ore per accordarsi in una casistica interpretativa di una condizione del genere. La storiografia non ci aiuta affatto. Troppo evidente che sia a Versailles che a Jalta i vincitori dettarono la loro narrazione colpevolizzando esclusivamente i vinti come aggressori, legittimando gli enormi vantaggi conseguiti.
Sublimazione dell'epica bellica
E oggi anche sappiamo che tutte le guerre mettono allo scoperto una lunga gestazione semi-sotterranea.[1]
In quanto eccezione, dunque, la guerra è ammessa dalla nostra Costituzione, che del resto nel 1947 non poteva certo smentire la narrazione ufficiale, quella che nei trattati di pace aveva assegnato i ruoli avuti dagli Stati nel conflitto. Per questo nel 1949 l’Italia di De Gasperi chiese e ottenne di entrare nella Nato (il Patto Atlantico) vincendo l’opposizione intransigente (ma non pacifista) dei social-comunisti. [2]
Invece la sublimazione della guerra, ben nota ai cultori dell’epica omerica o dell’ispirazione biblica, riappare puntualmente al cospetto di stati collettivi di esaltazione ideologica, come accade oggi negli Usa o in Israele. Ed è solo più la potenza tecnologica, non il coraggio personale o lo spirito di sacrificio a rappresentare la misura di valore del fatto bellico in un mondo pervaso di spirito economico. Persino lo sterminio delle popolazioni civili del nemico, la visione delle città rase al suolo rientrano in questa misura.
Più complessa e rischiosa invece è la posizione del rifiuto categorico del ricorso alla guerra, compreso anche il caso dell’eccezione appena considerato. A questo riguardo è utile fare riferimento alla famosa lettera inviata dal papa Benedetto XV ai governi delle potenze belligeranti l’1 di agosto del 1917.
La denuncia di Benedetto XV
L’1 di agosto del 1917 quel Papa assunse un’iniziativa estrema e dirompente, inviando una lettera a tutti i governi degli Stati in guerra.[3] Nella nota diretta ai Capi di Stato – esattamente nel terzo anniversario dell’inizio, e quattro mesi dopo la discesa in campo degli Stati Uniti – Benedetto sosteneva che la guerra è “un’inutile strage”, delegittimandola alla radice. Dopo questa condanna esponeva il suo progetto di pace. Non insisteva sulla creazione di una specifica struttura internazionale, ma sulla riduzione degli armamenti e l’istituzione di un arbitrato obbligatorio.
Egli profetizzò in quell’ora drammatica una tendenza epocale, storica. Con la fine di un ordine statuale secolare si era aperta una nuova epoca di conflitti, caratterizzata da una guerra senza più regole che ne potessero limitare gli effetti: dal momento che, per esempio, l’arma aerea era in grado di bombardare città inermi con i loro abitanti, un blocco navale poteva ridurre alla fame e lasciare senza soccorsi intere popolazioni, e un conflitto di quelle proporzioni stava uccidendo milioni di soldati.
La neutralità, che il papa aveva duramente difesa nel corso del conflitto, gli consentiva ora di assumere una responsabilità universale.
L’imparzialità assunta lo indusse ad abbandonare ogni distinzione tra giusti e ingiusti combattenti, per affermare l’impossibilità di attribuire alla guerra moderna, con le sue tecniche dello sterminio di massa, che non distingue più tra soldati e civili, il compito di fare qualche giustizia.
Era implicita in tutto ciò la condanna di ogni pretesa anche futura di imporre l’ordine con la minaccia delle armi, fosse anche da parte di una forza legale internazionale o di una potenza dominante. Non aveva più senso la distinzione pratica tra "giusti" e "criminali", perché la guerra moderna stessa era divenuta un crimine.
La dottrina Grozio
Si sa come andò invece a finire. Benedetto XV poneva fine alla dottrina che, nel secolo XVII, aveva dato inizio a una concezione del diritto internazionale basata sulla relativizzazione della guerra, sottoponendola a limiti condivisi da tutti gli Stati sovrani europei. Questa dottrina, che porta il nome di Grozio, aveva cessato di esistere da quando il mondo internazionale non era più solo europeo, cioè da quando vi erano entrati di prepotenza gli Stati Uniti d’America, una ex-colonia inglese ormai divenuta la maggiore potenza economica del mondo.[4] Tutta la seconda metà del XX secolo è segnata dal prosieguo delle guerre asiatiche condotte dagli Stati Uniti (Corea, Vietnam, Cambogia e Laos, Iraq uno e due, Afganistan, Iran…).
Dopo la Seconda guerra mondiale, un’ulteriore, costante perturbazione del diritto internazionale di origine europea fu rappresentata dal sorgere dello Stato d’Israele. A questo riguardo pensiamo che risalgono a diverse centinaia le “risoluzioni di condanna” emesse da parte degli organismi delle Nazioni Unite (Consiglio di Sicurezza, Consiglio dei Diritti umani, Assemblea Generale) nella breve storia di questo Stato praticamente senza confini.
Note
[1] Si veda, a riguardo del 1914, G. Alvi, Dell’estremo Occidente, Firenze 1993. Stupenda ricostruzione della coltivazione “in vitro” della guerra 1914 – 1945.
[2] Per la memoria, è rilevante ricordare che il governo venne messo in difficoltà da un Ordine del giorno presentato da Almirante, capogruppo del Msi, e appoggiato da Togliatti. (V. Atti parlamentari, 11 maggio 1949).
[3] Vedi Lettera del Santo Padre Benedetto XV ai capi dei popoli belligeranti, 1 di agosto 1917.
[4] Vedi C. Schmitt, Il nomos della terra, Milano 1991.





