SETTIMANA FINANZIARIA. La crisi Volkswagen "turba" la Germania
- a cura di Stefano E. Rossi
- 9 ore fa
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a cura di Stefano E. Rossi

Non c’è più la Germania di una volta, quella che primeggiava nell’industria, quella delle banche solide e da prendere d’esempio e perfino quella del calcio, inaspettatamente sbiadita anche lei e uscita dai mondiali Usa al primo confronto diretto. L’unico punto fermo a loro rimasto sta nel rating tripla A (AAA, il migliore) assegnato da tutte le agenzie di valutazione. Si tratta di un caso ormai quasi unico nel panorama internazionale.
Sul fronte delle questioni economico finanziarie, le brutte sorprese sono arrivate questa settimana da Volkswagen e Commerzbank. Sono due vicende non prive di connessioni con l’Italia e con Torino. Le avvisaglie erano già visibili da tempo, ma non nei termini nei quali adesso si sono manifestate.
Gli effetti della presenza cinese e dei dazi Usa
La casa automobilistica di Wolfsburg, secondo produttore al mondo, vive la crisi globale del settore automotive. Le cause sono note: il calo della domanda di auto (tedesche), l’ingresso nel mercato europeo dello scomodo concorrente cinese e le restrizioni commerciali Usa, i cui dazi hanno di fatto stroncato le esportazioni in America del segmento di pregio, come la Golf GTi (-15%) e delle controllate Audi (-30%) e Porsche (-20%).
Pare che l’unica alternativa per gli storici gruppi automobilistici con sede in Europa, come anche Mercedes, Bmw, Stellantis e Renault, sia di intervenire sui costi e di ridimensionare la propria struttura. Secondo l’Associazione dei Costruttori Europei di Automobili (ACEA), rispetto a dieci anni fa la produzione sul territorio europeo si è contratta di circa quattro milioni di veicoli, passando cioè da 18,1 a 14,3 milioni di auto. E ora, pur con le mille limitazioni dell’IAA (la legge europea per la competitività del nostro settore auto), anche i produttori cinesi possono insediarsi nell’UE con le loro catene di assemblaggio.
Quindi dopo Stellantis, anche al consiglio di sorveglianza di Volkswagen arriva la proposta di una rigorosa cura dimagrante. Si parla della chiusura di 4 stabilimenti che, per la minaccia dei dazi, di certo non potranno essere i pochi che si trovano sul territorio Usa. E poi, 60 mila licenziamenti oltre i 50 mila già decisi. Ma su questo l’azienda non conferma. Invece, il gruppo ha annunciato interventi di riduzione della gamma di modelli, fino al 50%, e della capacità produttiva, già scesa in cinque anni da 12 a 10 milioni di veicoli e che verrà ulteriormente ridotta a 9 milioni entro il 2030.
L’amministratore delegato Oliver Blume non mostra esitazioni, anzi secondo lui VW ha tutte le carte in regola per diventare l'azienda automobilistica più attraente al mondo. Ma, a dire dei suoi detrattori, cede troppo facilmente alle pressioni dei rappresentanti dei lavoratori. Infatti al Consiglio di sorveglianza di venerdì il piano è stato bocciato. Ora, il pallino passa in mano alla presidente del consiglio di fabbrica, la passionaria Daniele Cavallo, prima donna (e per di più di origine straniera, figlia di un immigrato calabrese) al vertice sindacale dell'azienda, che ha subito chiesto con forza la revisione del piano. Si è aperta una trattativa che durerà fino all’autunno, con implicazioni anche sull’indotto manifatturiero torinese, consistente anello essenziale della catena di fornitura dell’auto tedesca.
Unicredit conquista Commerzbank ma Orcel evita scontri
Si è completata l’offerta pubblica di Unicredit su Commerzbank, secondo istituto di credito tedesco per dimensioni. La banca italiana ha comunicato di aver raggiunto quasi la metà dei diritti di voto (49,65%) e il 47,59% del capitale. Adesso, con il controllo di fatto sull’Assemblea ordinaria, si alza la pressione sul management, ma la CEO Bettina Orlopp non molla. Vuole restare al suo posto fino alla fine dell’incarico, cioè fino al 2029: Ho un vincolo e un mandato. Penso che non ci possa semplicemente congedare solo perché diventa un po' più faticoso. S’è appena visto con Volkswagen qual è il meccanismo tedesco per le decisioni rilevanti e, analogamente a quello, occorre passare per il voto in consiglio di sorveglianza nel caso della sostituzione del vertice aziendale. Ma non è detto che all’amministratore delegato del gruppo Unicredit, Andrea Orcel convenga e, soprattutto, che sia un rischio con il quale senta l’urgenza di misurarsi.
Adesso si attendono le ultime questioni amministrative, quali l’autorizzazione BCE e l’ok dell’Antitrust. Probabilmente si tratterà di semplici formalità, tant’è che Orcel aveva già dato alle stampe il suo piano di ristrutturazione: integrazione strategica con HVB, l’altra banca tedesca del gruppo, il mantenimento di circa 600 sportelli di Commerzbank e di 100 mila dipendenti, oltre a obiettivi economici di fine piano quadriennale (cioè al dicembre 2030) pari a ricavi netti per 45 miliardi di euro e 21 miliardi di utile.
L’ultimo report dell’OCSE boccia l’Italia
La crescita annua delle economie avanzate sarà intorno al +1,8% nel prossimo triennio, più che tripla rispetto al nostro misero +0,5%. Faranno meglio dell'Italia tutti gli altri paesi, con punte del +2,8% in Spagna e +2,3% negli Usa. Però, alcuni analisti considerano il rapporto troppo ottimistico, in quanto le stime della ripresa globale si baserebbero sull’ipotesi della riapertura dello stretto di Hormuz dal mese di luglio. All'opposto, la ripresa delle ostilità tra Usa e Iran invita a una maggiore prudenza nelle valutazioni.
Il prezzo del petrolio è sin dall’inizio la vittima sacrificale di questa guerra. Risale ma non troppo. A New York il greggio quota 71,41 dollari al barile, a Londra il Brent arriva a 76,01.
A Piazza Affari l’unica sorpresa negativa è l’ennesima ritorno di fiamma del conflitto in Medio oriente. Ma, come se ci avesse fatto il callo, presto se ne dimentica e tutto torna come prima. È senza sorprese anche il prezzo dell’oro, che chiude la settimana a 4.114 dollari l’oncia. Il Dollaro resta stabile a 1,14 contro l’euro. Buona la performance di Fincantieri, che annuncia l’acquisizione di quattro aziende italiane nel settore subacqueo, con investimenti per circa 600 milioni di euro capaci di generare 1,1 miliardi di euro di ricavi aggiuntivi e maggiori utili operativi per 220 milioni di euro. Anche gli azionisti avranno il loro tornaconto: utile per azione in aumento intorno al 20-30%.
Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB
I Tori: Fincantieri +6,24%, Nexi +4,70%,
Gli Orsi: Prysmian -7,69%, Avio -5,53%.
FTSE MIB: -0,39% (valore indice: 52.614)
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