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La morte di Giorgio Napolitano, primo presidente due volte eletto

Aggiornamento: 23 set 2023

di Vice

Le pagine della lunga vita di Giorgio Napolitano, presidente emerito della Repubblica italiana, morto oggi all'età di 98 anni, si potrebbero anche squadernare con il criterio di non averne uno, se non altro per la sicurezza che si ha nell'incrociare in un modo e nell'altro le vicende del Partito comunista italiano, dal Secondo dopoguerra fino alla sua eclissi, vicende che hanno segnato in profondità le numerose stagioni del nostro Paese.

Una storia politica, dunque, che si è distesa su un fronte di quasi ottant'anni. Un privilegio di pochi, che ha reso Giorgio Napolitano figura seria e autorevole della Prima Repubblica, il cui credito è stato riscosso interamente con ruoli di prestigio, anche per conto postumo del Pci, nella cosiddetta Seconda: primo ex comunista a essere nominato ministro dell'Interno (governo Prodi), cioè a capo di un ministero chiave nel contrasto al comunismo durante la Guerra Fredda, e a essere eletto Presidente della Repubblica, cui il Settennato gli è stato poi riproposto e votato una seconda volta, con il Parlamento quasi in ginocchio e sonoramente bacchettato dall'eletto nel discorso di insediamento.

Guardata in retrospettiva, la parabola di Giorgio Napolitano è diventata man mano splendente che proseguiva la rimozione che per inerzia ha cancellato d'incanto le riserve sui comunisti italiani. Riserve cadute al crollo del Muro di Berlino sotto forma di concessione dei vincitori della Guerra Fredda, con il comunismo sovietico agonizzante previa l'accettazione acritica della subalternità al Patto Atlantico e ai veti imposti degli Stati Uniti dal 1945. Una logica internazionale condivisa dai dirigenti del Pci in una sorta di catarsi collettiva per evitare la catastrofe. Una rimozione, al netto delle luci e delle ombre, finalizzata ad "abbracciare" più nuovi corsi, sempre vissuti con l'entusiasmo infantile dell'evoluzione naturale, e giustificata anche se trascinava dietro di sé la perdita di identità e, quel che conta, penalizzava il rapporto con le masse popolari che aveva rappresentato l'ossatura ideologica e politica della sinistra italiana.

In ultima istanza, schematicamente, l'interpretazione del potere per il potere che oggi la sinistra smarrita paga, dopo essere stata deprivata di qualunque visione del futuro percorribile per l'Italia che non fosse la riproposizione di slogan ripuliti del craxismo, veicolati dagli ex giovani leoni del Pci, profeti della Nouvelle Vague dediti alla realizzazione delle proprie ambizioni. Gli stessi che nel 2006 ebbero gioco facile nello spendersi l'ottuagenario Giorgio Napolitano come figura di prestigio al Quirinale.

Fu così che salì al Colle l'ultimo dei grandi sopravvissuti di una stagione cominciata con il ritorno in Italia del segretario generale del Pcd'I Palmiro Togliatti. Il "compagno Ercoli" è l'uomo del Comintern sfuggito alle trappole di Stalin, che nell'aprile del 1944, con l'assenso di Mosca, cambia registro alla politica comunista la famosa "svolta di Salerno": il riconoscimento del II governo Badoglio e l'accantonamento della questione istituzionale fino alla vittoria contro i nazifascisti. In parallelo, mentre al Nord infuria la guerra partigiana che vede protagoniste le Brigate Garibaldi egemonizzate da militanti e quadri comunisti, i dirigenti del partito rientrati in Italia riportano alla luce l'organizzazione clandestina, che ha ripreso vigore dagli scioperi del '43 nelle città e nelle fabbriche, per costruire il Partito nuovo, partito di massa per la realizzazione della via italiana al socialismo, e non più formato da rivoluzionari di professione.

Ed è di quel partito che Giorgio Napolitano, figlio della buona borghesia napoletana, un'esperienza nei GUF (gruppi universitari fascisti), studi classici, con amicizie nel mondo dello spettacolo e nell'arte pittorica che dureranno una vita intera, diventa dal 1945 dirigente di federazione.

Un "praticantato" severo alla scuola di un altro Giorgio dal cognome di grande prestigio a Napoli e nella nomenclatura del Pci, e nella storia dell'antifascismo, di cui Giorgio Napolitano si professerà sempre allievo: Giorgio Amendola, figlio del liberale Giovanni, morto esule in Francia nel 1926, in seguito alla percosse ricevute dai fascisti. Comunista sul fine degli anni Venti, fuggito in Francia nel 1937, dopo essere stato arrestato dal regime fascista, Giorgio Amendola rientra in Italia alla destituzione di Mussolini e diventa uno dei capi della Resistenza.

Il 1953, è l'anno del salto in avanti nella politica per Giorgio Napolitano a coronamento di una dura attività periferica. Il suo nome è nella lista del Pci per il voto alla Camera che ha al primo posto Giorgio Amendola. Sono le elezioni della cosiddetta "legge truffa", che prevedeva un premio alla coalizione che superava il 50 per cento. Un meccanismo neppure scandaloso, se paragonato al sistema di oggi. Nel 1953, con il "proporzionale" considerato la massima espressione democratica, le elezioni diventano una questione di vita o di morte per le sinistre, in particolare per il Pci che non ha ancora metabolizzato la sonora delusione del '48, con la sconfitta del Fronte popolare.

Il clima sociale è surriscaldato e registra quotidiani scontri di piazza tra i manifestanti e la Celere, i reparti mobili della Polizia, che il ministro dell'Interno Mario Scelba contrappone alla mobilitazione dei partiti di sinistra e di altre forze laiche contrarie alla legge. La posta in gioco è alta, soprattutto per l'allora presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, che ha imposto al Paese la legge con il voto di fiducia del Parlamento e che attende dalle urne un doppio segnale: la conferma della politica centrista e il consolidamento della sua leadership, messa in discussione da una fronda interna capitanata in primis da un professore della Cattolica, Amintore Fanfani, uno dei due "cavalli di razza" della Democrazia Cristiana con Aldo Moro.

Il 10 giugno, mentre il mondo è con il fiato sospeso per la sorte dei coniugi americani Rosenberg, accusati di tradimenti e condannati a morti, il premio di maggioranza non scatta. Il risultato elettorale premia il Pci che nella circoscrizione Napoli-Caserta, terra d'elezione di Giorgio Amendola, offre la strada per Montecitorio anche al non ancora ventottenne Giorgio Napolitano. E' l'inizio di una promettente carriera sotto l'ala protettrice di Amendola che ne favorisce l'ingresso nel Comitato nazionale per la rinascita del Mezzogiorno. La sua è una presenza costante e di stretta osservanza della linea di Togliatti. Non è un avventato e non cerca fughe in avanti nella gerarchia del partito. Non gli mancheranno le opportunità di dimostrarlo.

Nell'ottobre del 1956, il tragico '56 per il comunismo internazionale che approva l'invasione dei carri armati sovietici a Budapest, Napolitano si allinea alla posizione di Togliatti e della maggioranza del gruppo dirigente del Pci che vede nella sollevazione di operai e studenti ungheresi un atto controrivoluzionario. Del resto, sui "fatti d'Ungheria" non ha grandi spazi di manovra, schiacciato dall'ambivalenza del suo mentore Amendola, riformista in Italia, ma fedele al significato della rivoluzione in Unione Sovietica.

Cinquant'anni dopo, il 26 settembre del 2006, da presidente della Repubblica italiana, Napolitano andrà a Budapest nella sua prima visita ufficiale all'estero. Commosso, deporrà una corona al monumento dei caduti della rivoluzione e un mazzo di otto rose bianche e altrettante rosse sulla tomba di Imre Nagy, il primo ministro ungherese giustiziato dai sovietici nel 1958. Il giorno successivo, l'Unità pubblica un colonnino in cui Napolitano ricorda che "La sollevazione ungherese contro lo stalinismo che aveva fatto tutt'uno col comunismo fu la prova più alta di quello che un grande storico, FerencFejtö, ha colto come dato di fondo rimasto insopprimibile nelle vicende, pur così dure e spietate, delle democrazie popolari: la "linfa della libertà", l'autonomismo della società civile e la resistenza della sfera individuale, anche religiosa, di certo intellettuale, rispetto alla pressione della macchina totalitaria. Ecco che cosa animò la rivoluzione ungherese dell'ottobre 1956, e si manifestò a più riprese attraverso sussulti che scossero diversi paesi del blocco sovietico, fino ad esplodere dovunque nel 1989". Nel 1968, all'invasione dei carri armati a Praga, la condanna del Pci, e la voce di Giorgio Napolitano è tra le prime, sarà totale.

Ma in quel "tragico '56" non è l'unico a mantenersi allineato e coperto. Il dissenso è modesto. Giuseppe Di Vittorio, il carismatico segretario generale della Cgil, che istintivamente si è schierato dalla parte degli insorti, sul mensile del partito Rinascita denuncia "il distacco fra dirigenti e masse popolari" e "l’intervento di truppe straniere". Il suo coraggio subisce la censura di Togliatti che lo costringe a diffondere un comunicato sindacale in cui si declina a mero avventurismo l'azione dei vertici del partito comunista ungherese che hanno sostenuto i "controrivoluzionari". Alle agenzie, Di Vittorio detta parole che suonano come una retromarcia inequivocabile: "A mio avviso l'on. Togliatti, per tutte le alte qualità di cultura, di esperienza e di equilibrio politico - che tutti gli riconoscono - è l'uomo che più di ogni altro è in grado di garantire la giusta direzione d'un grande partito di massa, qual è il Partito comunista".

All'VIII congresso del Pci la fedeltà al capo è premiata: a Napolitano si schiudono le porte del Comitato centrale, complice un'operazione di rinnovamento con la promozione di giovani dirigenti che Togliatti persegue con fermezza per mettere all'angolo definitivamente chi si oppone alla sua linea riformista, Pietro Secchia, e con lui ridimensionare anche l'influenza di figure storiche del partito. L'ascesa che ne deriva all'interno della Chiesa rossa per "Giorgio o' sicco" (il magro), come lo soprannominò la giornalista Miriam Mafai, compagna di Giancarlo Pajetta, la lingua più tagliente del Pci, per distinguerlo da “Giorgio o’ chiatto” (il grasso), cioè Amendola, sul finire degli anni Cinquanta diventa quotidianamente visibile sulle pagine dell'organo di partito-

L'Unità ne riporta gli interventi e le relazioni ai Congressi dedicati alla "quistione meridionale" di cui Napolitano è diventato uno dei punti principali di riferimento nel Pci, e portavoce della linea del partito da cui discendono aspre critiche sulle politiche del governo che difendono i monopoli, sull'azione del Mec, lamentando i ritardi nella costituzione delle Regioni e sul mancato sviluppo industriale del Mezzogiorno. Innovativo, ma con il dovuto tatto politico e una flemma nell'esposizione da gentleman inglese che lo differenzia dal suo maestro Amendola, Napolitano comincia a far emergere analisi sempre più raffinate e personali nel lavoro preparatorio al IX congresso del Pci, ai primi del 1960, quando coniuga la questione meridionale alla formazione di una nuova maggioranza di governo che, scrive sull'Unità il 13 gennaio dello stesso anno, "voglia davvero rispondere ad esigenze di rinnovamento democratica". E' una proposta dietro cui si scorge il machiavellismo togliattiano di condizionare il Psi di Nenni che, invece, aspetta la chiamata della Dc per dare vita al centro-sinistra ed entrare nella "stanza dei bottoni". Altrettanto innegabile, però, che il pensiero rispecchi anche l'impronta di sincera consonanza coi socialisti che caratterizzerà e darà forma e sostanza alla politica in proprio di Napolitano, dopo l'uscita di scena di Giorgio Amendola sul finire degli anni Settanta. Ma non è la sola caratterizzazione ad emergere dall'articolo sull'Unità.

Si intravvede, infatti, il politico che propone al partito di guardare oltre il perimetro italiano, mentre promuove di sé la vocazione - che troverà ampi spazi nei decenni successivi e che lo porterà all'attenzione dei media stranieri - a trattare temi internazionali per coniugare le prospettive economiche del Paese non disgiunte dal quadro mondiale e da un impegno per la pace, cavallo di battaglia, patrimonio culturale e intellettuale di Botteghe Oscure. Scrive, infatti, Napolitano che la lotta "per le riforme di struttura si pone nel quadro della distensione in modo nuovo: che il confronto e la competizione pacifica tra i due sistemi (Usa e Urss ndr) possono creare una tensione nuova attorno ai problemi di struttura, possono dare una carica nuova alla lotta per il rinnovamento strutturale della società italiana.

Eletto nel Comitato Centrale e nella Direzione del Pci, riconfermato deputato alle elezioni del 1958 e del 1963, negli anni Sessanta, Napolitano è oramai ritenuto a tutto tondo il delfino di Giorgio Amendola, che è "membro di diritto" di una segreteria saldamente nelle mani di Palmiro Togliatti. Del gruppo dirigente fanno parte la storia del Pci clandestino o in galera durante il Ventennio, Luigi Longo e Giancarlo Pajetta, l'ex direttore de l'Unità Pietro Ingrao, Alessandro Natta ed Enrico Berlinguer, l'ex segretario generale della Federazione giovanile comunista (Fgci), un nome che Napolitano vedrà sempre davanti al suo, anche se nel X congresso del Pci del 1962, si toglierà la piccola soddisfazione di ricevere più voti nell'elezione al Comitato centrale: 829 contro gli 820 del suo "rivale".

Un'altra importante investitura che rivela la misura della considerazione e posizione raggiunte all'interno del Pci che due anni dopo sarà scosso dalla morte improvvisa di Palmiro Togliatti. I funerali a Roma, il 24 agosto 1964, sono imponenti. Oltre un milione di persone rendono omaggio alla salma lungo il tragitto e la presenza corale di tutti i leader del mondo comunista depositano sull'immaginario collettivo dei militanti comunisti un'emozione e un dolore che superano l'immaginabile. Nel 1972, saranno i colori di Renato Guttuso a trasfigurare la moltitudine di quel lutto in una versione iconica dell'ideale comunista. Un destino simile che esattamente vent'anni dopo farà da cornice alla commozione trasversale in Italia per la morte di Enrico Berlinguer.

L'ascesa politica è un elemento acquisito e si percepisce dalla firma sempre più frequente degli editoriali sull'Unità, dalle missioni all'estero, ai congressi dei "partiti fratelli", in cui Napolitano rappresenta il Pci. Articoli, viaggi, interventi, diventeranno nel tempo la sommatoria di una carta di credito di sempre maggiore valore nei luoghi in cui si pratica l'anticomunismo, ma che non a tutti piace nel mondo occidentale, quando il discorso cade sul Pci, partito che non ha staccato la spina da Mosca, ma che nei comportamenti è riformista. Ma è all'XI Congresso, nel gennaio del 1966, quello "disarmato" dell'equilibrio che assicurava nel partito la figura dominante di Togliatti, che le quotazioni di Napolitano crescono a dismisura per effetto transitivo nel duro scontro tra destra e sinistra del Pci, tra Giorgio Amendola e Pietro Ingrao.

La sconfitta di quest'ultimo, però, mette sotto una luce nuova Napolitano, indisponibile ad avallare l'iniziativa del suo "maestro" Giorgio Amendola, sostenuto da Mario Alicata e da Giancarlo Pajetta, volta a eliminare Ingrao dalla Direzione. La diga del segretario Luigi Longo, che si oppone a quella crudele, ma non inedita resa dei conti nel Pci, regge grazie ai "no" che esprimono i quarantenni, la generazione del futuro, i Berlinguer e i Napolitano. E' il metodo del divide et impera, tra vecchi e giovani della dottrina togliattiana che Longo riadatta alle circostanze. Ingrao mantiene il suo posto in Direzione e conserva il ruolo di presidente del gruppo del PCI alla Camera, ma la decimazione raggiunge il gruppo intellettuale che si è formato attorno a lui. Le teste cadranno con la radiazione del gruppo del Manifesto.

Il 16 giugno del 1966 l'immagine di Giorgio Napolitano è di dominio nazionale in una Rai-Tv che riserva ai comunisti modesti spazi, se non quelli tradizionali e canonici della Tribuna politica. Quando appare sul piccolo schermo ed entra nelle case degli italiani, non sono pochi a commentare tra il serio e il faceto di vedere in lui Umberto II di Savoia, il "re di maggio" da giovane. Una battuta che lo inseguirà per anni, dentro e fuori un partito che comincia a riservagli gelosie e invidie, e qualche sarcasmo per i suoi modi aristocratici che non si trasformano però in carisma. Un neo.

Infatti, il Pci lo apprezza, l'apparato lo stima, ma il cuore del popolo comunista batte altrove, a Enrico Berlinguer, che sarà eletto segretario generale del partito nel 1972. Ma questa è davvero un'altra storia. Una storia, complessa e complicata, impossibile da sintetizzare, che nel tempo vede Napolitano diventare capofila di un'opposizione fortemente critica alla politica berlingueriana, esponente di punta della destra del Pci: la "corrente" denominata "migliorista", nella quale confluiranno esponenti di grande prestigio, da Gerardo Chiaromonte a Emanuele Macaluso, un'area vicina al Partito socialista, estremamente distante però negli anni Ottanta dalla linea maggioritaria del Pci. Una posizione che non gioverà ai miglioristi, nel passaggio dal Pci al Pds di Achille Occhetto, in particolare nella stagione di Mani Pulite, ma che non intaccherà minimamente l'immagine di uomo al servizio delle istituzioni di Giorgio Napolitano, guardato da una parte della sinistra come il depositario di una storia importante . Anzi. Con Romano Prodi nel 1996 sarà proprio la sua traiettoria politica nel Pci ad essere premiata e capitalizzata nel governo, preludio al suo ingresso al Quirinale.

Non è un caso, che le attenzioni maggiori gli saranno riservate da Presidente della Repubblica, da uomo di Stato, in una fase della vita dalla quale ci si attende soprattutto la serietà, la probità, la rettitudine, l'autorevolezza. Qualità venute progressivamente meno nel governo Berlusconi con cui si ritrovò a "coabitare". All'opposto, qualità che "King George", come lo incoronarono all'estero, riuscì a racchiuderle tutte, anche se non mancarono le ombre, onnipresenti in un Paese che non prova allergia ai misteri.



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