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Detto in pochissime parole... Noi non siamo meglio di Sinner

Aggiornamento: 25 ott 2025

di Indiscreto controcorrente


Quando Jannik Sinner alza al cielo i trofei conquistati, l'Italia intera vive sentimenti di orgoglio. Non appena si parla di residenza a Montecarlo o di rinuncia alla Coppa Davis, lo stesso Paese che lo osanna si affretta a puntargli il dito. Si tratta di una profonda e imbarazzante ipocrisia, perché ciò che il tennista fa a livello individuale, il sistema Italia lo avalla e lo pratica a livello politico, economico e morale.

Sinner è un atleta che lavora in un'industria globale spietata, nella quale la carriera è breve e ogni scelta è un investimento sull'asset più prezioso: corpo e competitività. La scelta di Montecarlo è una decisione di staff che gli consente di ottimizzare il carico fiscale e logistico in un ambiente che garantisce gestione personale, sportiva e condizioni fiscali più vantaggiose. Chi, di fronte a un'opportunità legale di gestire al meglio i propri guadagni, non la coglierebbe? E la stessa logica si applica alla Coppa Davis: in un calendario esasperato, il professionista deve dare priorità ai tornei che offrono il massimo ritorno in termini di ranking e premi in denaro, perché è il mercato a dettare le regole del successo. Il vero paradosso emerge quando guardiamo ai critici. L'indignazione per un Sinner svanisce quando si tratta delle nostre più grandi eccellenze industriali. Pensiamo a Stellantis (l'ex FCA) o a Ferrari, colossi che hanno stabilito la propria sede legale nei Paesi Bassi per accedere a regimi fiscali più miti e a norme societarie che facilitano il controllo e l'ottimizzazione finanziaria. Lo stesso hanno fatto società di prestigio, Campari, CNH Industrial, Luxottica e le holding di Ferrero, Eni ed Enel, e molte altre, che hanno "delocalizzato" la loro testa per garantire maggiori profitti agli azionisti e maggiore competitività. Tuttavia nessuno, tra politici, opinionisti o tifosi critici verso Sinner, ha mai seriamente proposto di smantellare quel sistema.

Morale: il problema non è Jannik Sinner, che gestisce la sua azienda sportiva; il problema è il sistema, accettato e mai contrastato, che rende la fuga la scelta più razionale.

"Qui, in Italia, noi facciamo così", potremmo dire, parafrasando Pericle che si lascerebbe andare subito a una grassa risata.

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