L'Iran mobilita il Paese sul nucleare per nascondere l'ondata di impiccagioni
- Yoosef Lesani
- 18 ott 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Da 90 settimane i prigionieri politici condannati a morte rifiutano il cibo
di Yoosef Lesani

L'Iran si ritiene svincolato "da ogni restrizione sul suo programma nucleare". La posizione è stata spiegata ieri, 18 ottobre, in una lettera, inviata ad Antonio Guterres, Segretario generale delle Nazioni Unite, e a Vassily Nebenzia, presidente di turno del Consiglio di sicurezza, dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi, noto come il diplomatico cresciuto nei pasdaran, un falco travestito da colomba. Secondo Araghchi, con la scadenza della risoluzione 2231, l'Iran deve ora essere trattato come qualsiasi altro stato non dotato di armi nucleari ai sensi del Trattato di non proliferazione nucleare (TNP). Come si apprende da Teheran Times, anche Mikhail Ulyanov, il negoziatore russo del JCPA (Joint Comprehensive Plan of Action) nel 2015, cioè dell'accordo siglato tra tra l'Iran e Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito, Francia e Germania per limitare il programma nucleare iraniano in cambio della sospensione di alcune sanzioni, ha affermato che il patto "ha cessato di esistere" in una dichiarazione pubblicata su X. Il che rende, sempre secondo Araghchi, "illegale e nulla" la recente decisione delle Nazioni Unite di attivare il meccanismo di snapback [1]e di reimporre sanzioni contro l'Iran, sulla base della richiesta "illecita" dei Tre E (Regno Unito, Francia e Germania) per il mancato impegno del Paese nei confronti dell'accordo sul nucleare dal 2019.
Alla voce ufficiale si è associata anche una ufficiosa, ma importante, riportata dall'agenzia di stato IRN: quella dell'ex ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif, capo della delegazione iraniana che nel 2015 firmò l'accordo JCPA. In un post su X, Zarif ha accusato i tre paesi europei di avere sostenuto l'aggressione militare ai centri nucleari e di esercitare la massima pressione sull'economia iraniana. Una posizione che non trova concordi Cina, Russia e 120 membri del Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM).
Ancora una volta, il regime iraniano si gioca così la carta dell'aggressione esterna per mettere la sordina alle tensioni interne che continuano a persistere nel Paese, sotto scacco per le condanne a morte dispensate a pioggia per fiaccare e reprimere la resistenza politica. Tuttavia, lo scorso 10 ottobre, in concomitanza con la Giornata Mondiale contro la pena di morte la Resistenza iraniana (CNRI) ha organizzato numerose manifestazioni, incontri e dibattiti in ogni angolo del mondo, per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni internazionali sull’escalation delle barbare esecuzioni in Iran. Si tratta di un terrore sotto l'egida della giustizia che non ha precedenti, almeno negli ultimi decenni, e che ha portato l'oscurantismo clericale a dare lavoro al boia con ben 30 esecuzioni in soli due giorni, martedì 7 e mercoledì 8 ottobre.
Lo "storico" delle impiccagioni in Iran è impressionante, non a caso il regime degli ayatollah detiene ancora oggi il triste primato del maggior numero di esecuzioni al mondo. Ma la memoria corre sempre alle esecuzioni extragiudiziali di oltre 30mila prigionieri politici appartenenti alla Resistenza iraniana, avvenute durante l’estate del 1988.
Il bollettino delle impiccagioni nel 2025 è altrettanto impressionante: nei primi nove mesi dell'anno vi sono 1200 esecuzioni, di cui 41 donne; 173 esecuzioni nel mese dell’agosto; 208 esecuzioni nel mese settembre di cui 6 donne. Dall’insediamento il 2 agosto 2024 del nuovo presidente della Repubblica iraniano, Masoud Pezeshkian, presentato come un alfiere del riformismo, state eseguite 1.816 esecuzioni, di cui 46 donne e 8 minorenni. 10 esecuzioni in pubblico piazza.
La resistenza circola anche tra i detenuti che hanno deciso di spezzare il silenzio con cui attendono il loro turno al patibolo. Una lotta coraggiosa che indica la volontà di non morire in silenzio, di essere ascoltati dal mondo. Infatti, da 90 settimane ogni martedì in 56 carceri del paese, i prigionieri politici nei bracci della morte effettuano lo sciopero della fame per sostenere la campagna “NO, alle esecuzioni in Iran”. E dal 12 ottobre, 1500 condannati a morte del reparto 2 del carcere Ghezel Hesar rifiutano il cibo per protestare sia contro l’ondata spietata di esecuzioni, sia contro le punizioni collettive esercitate con la violenza fisica e psichica dei trasferimenti nelle celle di isolamento.
Nel comunicato che i prigionieri politici hanno fatto filtrare all'esterno viene lanciato un appello accorato alla coscienza del mondo per porre fine al ciclo di violenza e terrore. Le forche e i patiboli, scrivono, devono essere smantellati. Le esecuzioni non sono giustizia, ma strumenti di repressione: "chiediamo a tutti voi cittadini, attivisti, organizzazioni per i diritti umani di alzare la voce. Radunatevi davanti alle carceri. Fate sentire il vostro dissenso. Ogni gesto, ogni parola, ogni presenza conta. Siamo soli dietro le sbarre, ma non senza speranza. La nostra unica protezione siete voi. Sosteneteci con ogni mezzo possibile. La vostra solidarietà può salvare le vite umane, ascoltate il grido della nostra voce”.
Note
[1] Il 20 settembre 2020, gli Stati Uniti hanno annunciato l'attivazione dello snapback, un meccanismo che ripristina in maniera automatica tutte le sanzioni ONU contro l'Iran che erano in vigore prima dell'accordo del 2015, minacciando allo stesso tempo sanzioni contro i Paesi che non le rispetteranno.













































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