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Venezuela: perché non si può ancora parlare di liberazione, di

di Maria Requena*


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Definire “liberazione” ciò che è avvenuto in Venezuela nella notte del 3 gennaio è comprensibile sul piano emotivo, ma fuorviante su quello politico. Quello che stiamo vivendo non è la fine della crisi venezuelana, bensì l’inizio di una transizione difficile, ancora fragile e incompleta. E come tutte le transizioni reali, non segue la morale, ma i rapporti di forza.

Il punto di partenza è una frattura mai ricomposta: legittimità e potere non hanno coinciso. Nicolás Maduro non era considerato da una larga parte del Paese un presidente legittimo. Il consenso popolare, secondo questa lettura, si era espresso a favore di Edmundo González Urrutia, oggi in esilio in Spagna, con prove documentali a sostegno. Ma quella legittimità non si è mai tradotta nel controllo dello Stato, delle forze armate e della sicurezza.

Per anni si è tentata la strada del negoziato. Senza risultati. Al contrario, il potere si è irrigidito, ha provocato, represso e chiuso ogni spazio politico. Quando una controparte non ha alcun incentivo a cedere, la diplomazia smette di funzionare.

È in questo contesto che va letto il tema del narcotraffico. Non come causa principale della crisi, ma come leva geopolitica per riportare il Venezuela al centro dell’attenzione internazionale. In quel momento storico, gli Stati Uniti erano l’unico attore in grado di intervenire concretamente, non per idealismo, ma per capacità operativa.

Accanto a questo tema c’è quello del petrolio, spesso semplificato. È bene chiarirlo: l’industria petrolifera venezuelana è stata nazionalizzata nel 1976 da Carlos Andrés Pérez. Non appartiene agli Stati Uniti. Tuttavia, nel corso degli anni, e in particolare sotto la presidenza di Hugo Chávez, l’apparato industriale si è progressivamente deteriorato fino a diventare quasi collassato. Washington ha fornito tecnologia e know-how: non proprietà, ma un debito strategico che oggi pesa nei rapporti di forza.

Chi si aspettava festeggiamenti di massa probabilmente non ha colto il clima reale del Paese. L’assenza di grandi mobilitazioni non è indifferenza, ma prudenza. Chávez e Maduro hanno costruito nel tempo milizie parallele e apparati armati. Il rischio principale oggi non è politico, ma militare.

Ed è qui che nasce uno degli equivoci più diffusi. María Corina Machado, Premio Nobel per la Pace 2025, gode di un consenso popolare enorme. Ma non controlla armi, territori, logistica. Non può garantire che domani non scoppi la violenza. Questo non la delegittima: significa solo che non è la figura adatta a questa fase iniziale. Anche le parole di Donald Trump vanno lette in questa chiave: non come giudizio politico, ma operativo.

Per questo, nella fase più delicata, entra in gioco la vicepresidente Delcy Rodríguez. Non per affinità democratica, ma per utilità: garantisce continuità amministrativa, mantiene un canale con il potere armato e può consegnare risultati immediati. È una figura di transizione, non di prospettiva futura.

C’è però un punto che non può essere aggirato, come richiamato anche da La Porta di Vetro [1]: i prigionieri politici. Non esiste liberazione del Venezuela senza la liberazione di tutti i prigionieri politici, inclusi quelli stranieri e quelli italiani. Finché restano ostaggi politici, il regime non è davvero finito. Questo non è un dettaglio umanitario, ma una condizione minima di credibilità, che chiama in causa anche Paesi come Italia.

In sintesi: senza disarmo non c’è transizione; senza liberazione dei prigionieri non c’è liberazione; e senza capire la sequenza del potere, si rischia di confondere la speranza con la realtà.

La storia raramente inizia dove vorremmo. Ma può finire dove serve, se si ha il coraggio di guardarla senza illusioni. 


*Presidente dell'associazione Venezuela in Piemonte.

Componente del Comitato per i Diritti Umani e Civili della Regione Piemonte.


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