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Africa, tra nuovi imperi e antiche ipocrisie

Aggiornamento: 1 ora fa


di Alberto Scafella


L’Africa continua a essere raccontata con il linguaggio rassicurante della cooperazione internazionale, mentre sul terreno si combatte una partita molto più dura: quella del controllo delle risorse, delle rotte strategiche e

dell’influenza geopolitica. Chi ha vissuto il continente fuori dai salotti diplomatici conosce una verità semplice: l’Africa non è mai stata abbandonata dalle grandi potenze. È stata, piuttosto, continuamente contesa.

Per anni l’Europa ha coltivato l’illusione di un rapporto privilegiato, oscillando tra paternalismo e interessi

economici. Oggi, invece, il continente assiste all’emergere di nuovi protagonisti che parlano un linguaggio diverso ma perseguono obiettivi altrettanto strategici.

Tra questi, la Cina. Esiste una narrazione diffusa secondo cui Pechino avrebbe instaurato con l’Africa un rapporto “meno aggressivo”, quasi neutrale, fondato sul reciproco vantaggio. È una rappresentazione incompleta. La Cina non opera seguendo logiche caritatevoli. Agisce come una potenza globale che tutela con rigore i propri interessi nazionali. Porti, strade, dighe, aeroporti e linee ferroviarie costruite in Africa non sono soltanto simboli di cooperazione: sono infrastrutture strategiche che consolidano accesso alle materie prime e influenza politica.

In Angola e nella Repubblica Democratica del Congo questa realtà appare con particolare evidenza. L’Angola, ricca di petrolio e storicamente legata a Pechino da enormi linee di credito e accordi energetici, è diventata uno dei pilastri della proiezione economica cinese in Africa. La presenza cinese non si limita ai cantieri o alle società

commerciali: ruota attorno a una visione strategica di lungo periodo nella quale sicurezza economica e interesse nazionale si intrecciano strettamente. Nella Repubblica Democratica del Congo, dove si concentrano cobalto, rame, coltan e minerali indispensabili per l’economia digitale e la transizione energetica mondiale, la competizione è ancora più feroce. Attorno ai siti minerari si muovono governi, compagnie straniere, gruppi armati e apparati di sicurezza.

La Cina ha sviluppato nel continente anche strumenti di protezione privata e cooperazione securitaria a tutela dei propri investimenti, inserendo la dimensione della sicurezza all’interno della propria strategia economica africana. Chi ha conosciuto l’Africa reale percepisce spesso in questo approccio una forma di assertività molto distante dall’immagine romantica della “cooperazione senza condizioni”. Per alcuni governi africani rappresenta pragmatismo; per altri, una relazione asimmetrica dove il peso economico e politico cinese tende inevitabilmente a dettare le regole. Ma la Cina non è l’unico attore della nuova corsa africana. Accanto ai contratti commerciali e agli investimenti infrastrutturali si è affermata la diplomazia delle armi.

La Russia ha costruito negli ultimi anni una presenza crescente attraverso un modello securitario fondato su

addestramento, protezione dei regimi alleati e accesso alle risorse strategiche. Il nome simbolo di questa stagione è stato quello del gruppo Wagner. Dopo la morte di Yevgeny Prigozhin e la crisi del 2023, Wagner non è realmente scomparsa dal continente africano: gran parte delle sue attività è stata progressivamente assorbita dall’“Africa Corps”, struttura posta sotto controllo più diretto del Ministero della Difesa russo.

Dalla Repubblica Centrafricana al Sahel, la presenza russa continua dunque sotto nuove insegne, confermando che il legame tra sicurezza, influenza politica e accesso alle risorse resta uno dei cardini della strategia di Mosca. L’Africa assiste così a una nuova spartizione silenziosa.

Non più soltanto bandiere coloniali e protettorati, ma prestiti, concessioni minerarie, contractors, accordi militari e dipendenze economiche. E poi vi è il capitolo più amaro: la salute. Ebola non è una tragedia improvvisamente comparsa sulle mappe dell’Occidente. È una ferita antica, che per decenni ha devastato comunità africane spesso nel silenzio mediatico internazionale.

Molti africani osservano con amarezza come l’attenzione globale verso epidemie e crisi sanitarie cresca

improvvisamente quando il rischio supera i confini regionali e viene percepito come minaccia internazionale.

Questa percezione alimenta diffidenza e accuse di doppio standard. Dove erano le grandi mobilitazioni permanenti quando Ebola consumava villaggi lontani dai riflettori? Dove erano gli investimenti strutturali nei sistemi sanitari africani prima che emergesse il timore della diffusione globale?

Sono domande scomode, ma legittime. L’Africa che ho conosciuto, fatta di dignità, di mercati vivi, di capi

tradizionali, di popoli generosi e di straordinaria resilienza, non chiede pietà né paternalismo. Chiede rispetto. Perché oggi il continente non è il teatro di una beneficenza internazionale illuminata. È il centro di una competizione planetaria nella quale vecchi e nuovi imperi, con metodi differenti ma con identica determinazione, cercano di assicurarsi ciò che l’Africa possiede sotto terra e ciò che rappresenta nel futuro del mondo

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