OSSERVANDO I NOSTRI TEMPI
- Domenico Cravero
- 27 mag
- Tempo di lettura: 3 min
Non proiettiamo sui figli le nostre aspirazioni
di Domenico Cravero

Terminato il primo tempo della simbiosi madre/bambino, anche il rapporto con i genitori evolverà. Il bambino porterà dentro di sé i suoi riferimenti affettivi (“i genitori interni”). Mamma e papà saranno custoditi nella propria interiorità emozionale e non ci sarà più bisogno del ciucciotto. È vero amore ritrarsi, per fare spazio all’autonomia del figlio. La forma matura dell’amore consiste, infatti, nell’ammettere non solo la propria imperfezione ma anche nel fare dono della propria “mancanza”. Donare “solitudine” significa ammettere di non poter “conoscere” neppure il proprio figlio, è impegnarsi a non volere esercitare un controllo completo. La vita del figlio è una grazia e una benedizione della vita, ma anche un impegno di riconoscenza e una promessa di obbedienza, che porta lontano dai genitori. Liberare i genitori dalla tentazione del possesso, renderli avvertiti sulle conseguenze dell’eccesso della proiezioni delle loro aspirazioni sui figli, è forse oggi il più grande servizio che la formazione dei genitori possa rendere.
Quanto si è disposti a condividere nel quotidiano?
Un essere umano, che viene al mondo desiderato e “programmato”, non potrà che essere in qualche modo in difficoltà a concepirsi autonomo da chi lo ha cercato e voluto. I “figli del desiderio” (Marcel Gauchet) non riusciranno mai a sapere fino in fondo chi sono, né ciò che vogliono, se rimangono tali. Sarebbe molto difficile per loro accedere all’autonomia, la quale comporta di sentirsi pienamente responsabili dei propri atti e della propria vocazione e non destinati a realizzare il sogno di altri. La nuova società definisce gli individui tutti uguali davanti al diritto-dovere di essere se stessi, mentre diseguale, con ogni evidenza, è la capacità di scegliere le opportunità della vita e di costruire la propria personalità. La quotidianità familiare funziona quindi come un test che rivela quanto si è disposti a condividere, è una prova della capacità comunicativa di ogni persona.
L’identità personale profonda è data dai suoi legami, dall’appartenenza ai mondi vitali delle relazioni primarie. L’autonomia, infatti, si acquisisce attraverso un’esperienza decisiva: “Essere soli con l’altro” come D. Winnicott ha mirabilmente sintetizzato in un suo testo (Sviluppo affettivo e ambiente, Armando, Roma, 2002. p. 36). Soltanto quando è solo (alla presenza discreta e “distante” di qualcuno), l’infante può scoprire la propria vita personale. L’alternativa patologica è un’esistenza falsa, costruita su reazioni agli stimoli esterni. Grazie a una presenza attenta ma rispettosa, partecipe ma non finalizzata a sé, il genitore crea le condizioni perché il piccolo trovi il senso del suo esistere e goda di stare al mondo con gli altri. Il dono è sempre un’esperienza di totale gratuità, dove chi dona si nasconde e accetta di essere solo. Alla fusione illimitata con l’altro, risponde il polo opposto della solitudine buona e dell’indipendenza. Il bambino potrà così aprirsi all’incontro interpersonale, vivere non di sola gratificazione istantanea, sviluppare la disponibilità di stabilire relazioni d’amore e di riconoscenza.
Autorevolezza e punti di riferimento
I genitori sono presenze importanti e decisive nella vita dei figli, ben oltre l’infanzia. Senza autorevolezza però, i genitori non costituiscono un punto di riferimento sicuro. Nella nuova condizione della complessità, il compimento dell’autonomia richiede tempi più lunghi, che la società concede senza restrizioni. Esigerebbe anche la presenza di modelli e di punti di riferimento che non costringano, ma facilitino la risposta personale alle domande dell’identità: “Chi voglio essere? Per quanto sta a me, quale tipo di mondo intendo costruire?” L'autonomia è il processo attraverso cui si costruisce l'identità (chi sono) e il progetto di vita (cosa voglio). Oggi questo delicato e decisivo percorso di crescita che avviene nell'adolescenza si svolge sempre più al di fuori di appartenenze forti e significative (come erano le famiglie educative, i gruppi di appartenenza e di formazione, le comunità locali) in una società che si presenta eticamente indifferente.
I percorsi di vita, anche in età evolutiva, sono lasciati alle sensazioni, alle preferenze del momento, ai gusti personali. La costruzione autonoma dell'identità richiede risorse e capacità notevoli: vivere in coerenza i molteplici campi di esperienza, tenere insieme le diverse espressioni di un Io che si esprime in forme multiple, scrivere una biografia unitaria legando la storia passata con quella futura. L’autonomia personale esige la sperimentazione e la valorizzazione di Sé, all’interno di relazioni di appartenenza e attraverso il continuo confronto con altri.
La società evanescente non può che accrescere la distanza tra famiglia e vita civile.











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