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Il vero vincitore del Referendum è la nostra Costituzione

di Rocco Artifòni


Si rassegnino. Non c’è nulla da fare. Quando chi sta al Governo decide di deformare in modo sostanziale la Costituzione, si innesca un fenomeno di rigetto. È successo nel 2006 a Silvio Berlusconi, nel 2016 a Matteo Renzi e nel 2026 a Giorgia Meloni. Se il governante di turno veste i panni del moderno Costituente, si vede con chiarezza che si tratta di un travestimento. Per questa ragione anzitutto non ha funzionato.

Il quesito di questo referendum costituzionale si poteva semplificare così: “approvate che Giorgia Meloni e Carlo Nordio riscrivano gli articoli della Costituzione relativi alla Magistratura?”. Se confrontiamo le squadre in campo, il Governo attuale non poteva reggere il confronto. Per il No erano schierati Calamandrei, Dossetti, Moro, Ruini, ecc. Figuranti contro saggi.

La Costituzione ha vinto anche per la partecipazione delle cittadine e dei cittadini. Un referendum senza quorum ha superato ampiamente il quorum. Quando si tocca la Costituzione, il livello di attenzione sale. Chi ha cercato di ridurre il referendum ad un aspetto soltanto tecnico, ha sbagliato in pieno. La significativa partecipazione alle urne dimostra che la questione è politica e soprattutto è costituzionale.

La sconfitta dei promotori del referendum è doppia. Perché dopo questo stop, la strada del premierato è di fatto preclusa. Il No al referendum di fatto diventa anche un No al progetto del premier che ambiva a sottrarre al Presidente della Repubblica il potere di nomina del Governo e di scioglimento del Parlamento.

Tenendo conto che la legge sull’autonomia differenziata è stata falcidiata della Corte Costituzionale, al Governo e alla maggioranza attuale resta soltanto una carta da giocare: la riforma della legge elettorale. Con la quale si vorrebbe ripristinare un premio di maggioranza, nonostante che sia già stato bocciato due volte dalla Consulta per il “Porcellum” (di Calderoli) e per l’”Italicum” (di Renzi). Degli errori del passato spesso non si ha memoria. O si fa finta di non ricordare, quando ogni altra via è occlusa.

Oggi è un giorno positivo. Ma non è possibile che ogni dieci anni la Costituzione venga messa in discussione e in pericolo. Sull’onda della prevalenza dei No, sarebbe necessario cercare di mettere in sicurezza la Costituzione. Questa potrebbe essere davvero considerata una riforma della Costituzione, nel senso di una maggiore condivisione delle scelte istituzionali. Perché la Costituzione non debba essere elemento di divisione, ma costante punto di riferimento.

L’aveva proposto con chiarezza Giuseppe Dossetti negli ultimi anni della sua vita, parlando di “emergenza costituzionale” e chiedendo “maggioranze rafforzate per l’adozione dei regolamenti delle Camere, per l’elezione del Presidente della Repubblica, per la nomina dei giudici Costituzionali, per l’elezione dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura, e infine – assolutamente fondamentale – per le proposte di revisione costituzionale”.

Alla fine resta ancora un compito. Quello di rimuovere gli ostacoli per impediscono la piena attuazione della Costituzione. Come ha recentemente detto don Luigi Ciotti, la Costituzione non deve essere cambiata, deve essere applicata.

 

 

 

 

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