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Da Ilaria e Miran al ricordo di Luca Attanasio, ucciso in Congo

di Alberto Scafella


L'anniversario della morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin[1] barbaramente uccisi a Mogadiscio il 20 marzo 1994, vittime innocenti di una sanguinosa guerra per bande in Somalia, ha avuto il potere di riportare alla mia memoria sensazioni dolorose di un'altra data per il Paese, data da poco trascorsa e vissuta anche in prima persona: il 22 febbraio. È una ferita ancora aperta, una di quelle che il tempo non rimargina ma, semmai, insegna a portare con dignità. In quel giorno del 2021, nella polvere rossa della strada tra Goma e Rutshuru, è stato ucciso Luca Attanasio. Per molti un ambasciatore. Per me, prima ancora, un amico.

Ho avuto il privilegio di lavorare con Luca per tre anni. E dico “privilegio” con piena consapevolezza, perché uomini come lui non sono comuni nelle stanze del potere, né nelle rappresentanze diplomatiche sparse per il mondo. Luca non interpretava il suo ruolo: lo viveva. E lo viveva fino in fondo, senza riserve, senza distanza, senza quella patina di formalismo che troppo spesso allontana le istituzioni dalle persone reali.

Era un ambasciatore serio, nel senso più nobile del termine. Non solo competente, preparato, attento ai dossier e alle dinamiche geopolitiche, qualità che pure possedeva in misura eccellente, ma profondamente umano. Credeva davvero nella funzione dello Stato, nella presenza italiana all’estero, nella responsabilità morale di rappresentare una Nazione che non può permettersi di essere indifferente.

In Repubblica Democratica del Congo non stava dietro una scrivania. Stava sul terreno. Nei villaggi, nei progetti umanitari, accanto a chi non ha voce. Non per costruirsi un’immagine, ma perché quella era la sua idea di diplomazia: concreta, visibile, coraggiosa. Una diplomazia che non si limita a osservare, ma si espone.

Ricordo le nostre conversazioni, spesso lontane dai riflettori. La sua lucidità, la sua capacità di leggere contesti complessi senza mai perdere di vista l’essenziale: le persone. Ricordo il suo entusiasmo, raro, contagioso, autentico. E ricordo anche la sua determinazione, quella che lo portava a non tirarsi indietro, nemmeno quando il contesto diventava difficile, rischioso, incerto.


La sua morte non è stata solo un attacco a un uomo. È stata una ferita inferta allo Stato italiano, alla sua presenza in Africa, a un modo diverso di intendere il servizio pubblico. Ma sarebbe un errore fermarsi alla retorica del sacrificio. Luca non era un simbolo da celebrare una volta l’anno. Era un esempio da comprendere e, soprattutto, da continuare.

E proprio per questo, la ricerca della verità non si ferma qui. Non può fermarsi. Non deve fermarsi, esattamente come per Ilaria e Miran. Per rispetto della sua famiglia, per rispetto dello Stato che rappresentava, ma soprattutto per rispetto della verità stessa, che è il fondamento di ogni giustizia degna di questo nome. Dietro ogni responsabilità non chiarita, dietro ogni zona d’ombra, si consuma un’ulteriore offesa alla memoria di chi ha servito con onore.

Per me Luca resta una presenza. Nelle scelte, nei ricordi, nei silenzi che pesano più delle parole. Resta il volto di uno Stato che funziona quando è incarnato da persone vere. Resta l’amico con cui ho condiviso anni intensi, complessi, ma profondamente significativi.

E resta una domanda, che non possiamo permetterci di ignorare: cosa facciamo, oggi, per essere all’altezza di uomini come lui?

Ricordarlo non basta. Bisogna continuare il suo cammino. Con la stessa serietà, lo stesso coraggio, la stessa umanità. E con la determinazione, lucida e incrollabile, di non smettere mai di cercare la verità.


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