Argentina, il pugno di ferro di Milei sui lavoratori: orario fino a 12 ore, ma il Paese è spaccato
- Luisella Fassino
- 12 ore fa
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La riforma del lavoro modifica in profondità l’equilibrio tra impresa e dipendente
di Luisella Fassino

In Argentina il lavoro non è più soltanto un tema economico, ma è diventato il centro di uno scontro che attraversa il Parlamento, le piazze e la vita quotidiana delle persone: tra sciopero generale e proteste contro una legge che introduce modifiche profonde, che toccano il cuore del rapporto tra impresa e lavoratore.
Con la Ley de Modernización Laboral, pubblicata di recente, il 6 marzo 2026, il governo ha portato a compimento una riforma che modifica in profondità l’equilibrio tra impresa e lavoratore, dentro una più ampia strategia di deregolazione e riduzione del perimetro dello Stato.
Il governo sostiene che servono regole più leggere per rilanciare un’economia piegata dall’inflazione e dall’instabilità. Meno rigidità, meno cause, più competitività. Ma per molti cittadini la domanda è un’altra: quale prezzo sociale comporterà questa nuova flessibilità?
La novità più discussa riguarda l’orario di lavoro. La riforma consente giornate fino a 12 ore attraverso un sistema di banca ore: le ore in più potranno essere compensate con riposi successivi o con riduzioni dell’orario in altri periodi.
Formalmente i limiti settimanali restano. Nella pratica, però, il tempo di lavoro diventa più elastico e concentrabile nei momenti di maggiore richiesta produttiva.
Il punto non è soltanto tecnico. In un mercato del lavoro segnato da disoccupazione e precarietà, quanto è davvero libera la scelta di accettare turni più lunghi in cambio di riposi futuri? E quanto, invece, diventa una condizione implicita per mantenere il posto?
Quando lo straordinario diventa parte strutturale dell’organizzazione aziendale, il tempo personale perde prevedibilità. Settimane più intense possono significare meno spazio per la famiglia, meno recupero fisico, più stress. Il lavoro non occupa solo ore: occupa la vita.
Anche il diritto alle ferie viene rimodellato. Il datore di lavoro potrà frazionarle in periodi di almeno sette giorni e imporre che solo una parte sia goduta nella stagione estiva, ma ogni tre anni.
Sulla carta è una misura organizzativa. Nella sostanza, riduce la libertà del lavoratore di pianificare il proprio tempo di riposo. Le ferie non sono solo giorni non lavorati: sono uno spazio di autonomia personale.
C’è poi un altro versante, meno visibile ma molto rilevante: quello del lavoro intermediato dalle piattaforme. La riforma introduce un regime specifico per i servizi di mobilità e consegna, costruito sulla figura del prestatore indipendente. La legge insiste sulla libertà di connessione, sulla facoltà di accettare o rifiutare richieste e sulla non subordinazione, ma proprio questa impostazione rafforza una linea politica che tende a espandere le zone di lavoro formalmente autonomo e sostanzialmente esposte alle regole del mercato e degli algoritmi. Non è quindi un generico allargamento del telelavoro: è piuttosto una ridefinizione dei confini tra lavoro dipendente e lavoro “indipendente” nell’economia delle piattaforme, non uno strumento di conciliazione vita lavoro.
Questo intervento normativo non è isolato. Si inserisce nella linea politica della “motosierra”, la sega elettrica simbolo della campagna elettorale di Milei, diventata poi cifra concreta di governo. Il taglio agli sprechi promesso si è tradotto in una drastica riduzione della spesa pubblica che ha colpito in modo significativo la sanità, l’istruzione e, più in generale, i servizi sociali.
Non sorprende che le piazze si siano riempite. Lo sciopero generale proclamato dai sindacati e le manifestazioni davanti al Congresso mostrano che il conflitto non è solo politico, ma sta assumendo una dimensione sociale. Il timore è che la protesta possa estendersi a settori strategici, con effetti su trasporti, servizi pubblici e attività produttive. In un’economia già fragile, uno scontro prolungato rischia di aggravare la crisi.
La riforma del lavoro non è solo un insieme di articoli di legge. È una scelta su quale modello di società costruire.
Se il tempo del lavoro si dilata fino a dodici ore e il riposo diventa più frammentato, cambia l’equilibrio tra produzione e dignità. Cambia il modo in cui si distribuisce il rischio economico. Cambia il peso che ricade su chi lavora rispetto a chi investendo, specula. La domanda finale resta semplice, ma decisiva: questa riforma renderà l’Argentina più forte o renderà più fragili le persone che la tengono in piedi ogni giorno?
La risposta non sarà scritta soltanto nei grafici della crescita o del deficit. Sarà visibile nella qualità del tempo, nella tenuta dei salari reali, nella forza dei servizi pubblici, nella possibilità concreta di lavorare senza consegnare interamente la propria vita alla flessibilità.













































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