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SETTIMANA FINANZIARIA. "Inarrestabili" petrolio e gas

a cura di Stefano E. Rossi


Lo scenario peggiore. È una frase che continuiamo a sentire da giorni, come se fosse il ritornello di uno spot di successo. L’ascoltiamo diligenti e un po’ impauriti. Però, dopo un po’, ci rendiamo conto che è stata oltrepassata da qualche altro scenario, stavolta reale, che si dimostra ben peggiore rispetto all’ipotesi iniziale. È il caso del petrolio e del gas naturale. Si sfidano a chi arriverà più in alto. Il TTF tocca 74 e si ferma a 59 euro al MWh. La quotazione del gas salita in un mese del +85%. Per contro, il greggio a New York sfiora più volte i 100 dollari e chiude a 94,7 al barile. A Londra è quotato il Brent, il petrolio del Mare del Nord, che è il riferimento per l’80% delle contrattazioni mondiali. Chiude la settimana a 108 dollari al barile. È quello che influenza anche il costo del gasolio e della benzina in Europa. Quando si tratta delle nostre tasche, pare normale che, tra le opzioni disponibili, ci tocchi sempre il prezzo più caro.


Tassi bloccati, banche centrali "paralizzate"  

In tutto questo accanimento di rincari, la Bce ha deciso che non ce la farà pagare. Almeno per ora. Ha lasciato fermi i tassi. Le rate dei mutui non ci costeranno di più. Lo stesso hanno fatto le altre banche centrali mondiali: la FED negli Usa, in Giappone la BOJ, la Central Bank of Canada e in Inghilterra la Bank of England (BOE). Tutte trattengono il fiato, non vogliono fare rumore, immobilizzate dal terrore come se un criminale fosse entrato a casa loro. Lo shock per quello che sta accadendo fa alzare le mani. Timidamente arrendevoli, ci dicono all’unisono che la soluzione del caos economico finanziario non spetta a loro, che va ricercata a cura della politica. Tenacemente al loro posto, a guardia della propria trincea, non dicono mai una parola fuori posto al potente di turno. È l’immobilismo del bogia nen, bellezza!, non ti muovere!, si potrebbe dire parafrasando la storia di casa nostra. Ma l’America di Trump è decisamente molto diversa l’odierna Europa e anche dal settecentesco Regno di Sardegna di Carlo Emanuele III di Savoia. Così i marines, a differenza dei bogianen, in base alle indiscrezioni del Financial Times, sembrerebbero già pronti a muoversi in Iran.

La guerra, che si complica e che prosegue nel tempo, si tira dietro diffusi timori di contrazione del Pil (-0,4% per l’UE, cioè dal 1,2% allo 0,8%, stime) e di accelerazione dell’inflazione. Questa, a febbraio in Italia, è stata del +1,5%, ma il carrello della spesa ha corso di più. È già al 2,0%. Altri due mesi di conflitto con le attuali modalità, la potrebbero spingere a raddoppiarsi rispetto a oggi.


Metalli preziosi in picchiata  

L’oro si sgonfia e questa settimana scende del -10,45%. Chiude a 4.497… che sta succedendo? Anche il metallo giallo sembra aver perso la propria identità di bene rifugio. In effetti ormai, il suo ruolo è diverso. Lo si definisce bene di riserva primaria. Ha acquisito una funzione di diversificazione finanziaria, che lo rende soggetto alle logiche della domanda e dell’offerta degli investitori istituzionali, più che proteggere il piccolo risparmiatore dai rischi di svalutazione o di instabilità geopolitica. Infatti, il crollo viene attribuito all’interruzione degli acquisti da parte dei governi mediorientali, forti compratori nella recente fase ascendente, ma ora meno disposti a vincolare le loro riserve di liquidità.

E l’argento va anche peggio; -16,8% da lunedì scorso. Oltre a indentificarsi nel medesimo ruolo di bene di riserva e non di rifugio, svolge anche la funzione di materia prima produttiva nell’ambito della trasformazione tecnologica (elettronica, solare, semiconduttori). La guerra ha ridimensionato le ambizioni di crescita di questi investimenti. Infine uno sguardo al dollaro. Continua ad aggirarsi intorno a quota 1,15 per euro.


Perde terreno la Borsa

Piazza Affari versa ormai in una evidente difficoltà. In settimana l’indice azionario ha perso il -3,33%. E non stanno nemmeno rassicurando le tendenze di più lungo periodo. In tre mesi è scesa del -7,82% e del -4,28% nell’ultimo semestre. Anche le obbligazioni non aderiscono alle aspettative. Anzi sono fonte di perdite. I tassi dei titoli di Stato sono aumentati repentinamente in tutto il mondo. Ora le scadenze a 10 anni rendono in Germania il 3,04% (variazione mensile: +10,94%), in Francia il 3,75% (+13,70%), in Gran Bretagna 4,99% (+14,82%), negli USA 4,38% (+5,61%) e in Italia 3,97% (+18,34%). Con i tassi che salgono, chi possiede un’obbligazione in portafoglio ne ha visto perdere il valore. Ecco perché: se il mio vecchio titolo obbligazionario decennale rende il 3,0% annuo e il nuovo, che viene emesso oggi a prezzi di mercato, rende il 3,3% (+0,3 e cioè il 10% in più del mio), chi vuole investire compra quello nuovo, non il mio. Se decido vendere il vecchio titolo, dovrò deprezzarlo. Di quanto? Dello 0,3% per tutte le cedole a venire, cioè la durata residua. Nell’ipotesi di 10 anni, 10 per 0,3% fa 3,0%. È come se, vendendolo, rinunciassi a una cedola da subito, cioè da quando i tassi sono saliti modificando le condizioni di mercato. in conclusione, quando l’avevo acquistato ho fatto un cattivo affare? Forse no, dipende da cosa succederà dopo. E in finanza, come nella vita, sovente bisogna aspettare e, comunque, sapersi accontentare.


Unicredit "riguarda" Commerzbank 

Tenaris in borsa è la migliore della settimana. Ha una buona liquidità e un rendimento del 4,3%. Ha consolidato gli ottimi utili incrementando le vendite, superiore alle attese, in tutti i mercati internazionali, in particolare nel Nord America.

Unicredit riapre il fascicolo Commerzbank. Propone di salire oltre il 30% del capitale. L’autorizzazione definitiva spetterà alla Banca Centrale Europea, sentita l’autorità di vigilanza finanziaria tedesca (BaFin). Nulla è scontato. Il governo attuale continua a difendere l’indipendenza della banca tedesca e così i sindacati, preoccupati per i tagli all’occupazione. Di tutt’altro avviso Monika Schnitzer, presidente del Consiglio degli esperti economici del governo tedesco, la più favorevole alle fusioni transfrontaliere.

Amplifon tocca il fondo e scende ai livelli di dieci anni fa. Stupisce l’annuncio dell’acquisizione di GN Hearing per 2,3 miliardi di euro. L’operazione viene subito giudicata inopportuna da Barclays e Jefferies, che declassano pesantemente il titolo. La transazione si perfezionerà con il pagamento cash di 1,69 miliardi di euro, finanziato con un aumento di capitale di 750 milioni di euro e 1 miliardo di maggiore indebitamento. Verranno emesse anche 56 milioni di nuove azioni Amplifon, offerte a GN che raggiungerà una quota nel nuovo gruppo intorno al 16%.

 

Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli del listino FTSE MIB

I Tori: Tenaris +6,29%, Eni +5,68%,

Gli Orsi: Amplifon -20,44%, Inwit -19,65%.

FTSE MIB: -3,33% (valore indice: 42.840)

 

I presenti commenti di mercato rivestono un esclusivo scopo informativo e non intendono costituire una raccomandazione per alcun investimento o strategia d’investimento specifica. Le opinioni espresse non sono da considerare come consiglio d’acquisto, vendita o detenzione di alcun titolo. Le informazioni sono impersonali e non personalizzate.

 

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