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Roma-Torino: analogie di storie d'anarchia, di bombe e di terrore

La morte di Sara Ardizzone e Alessandro Mercogliano, anarchici legati, secondo gli investigatori, al "gruppo Cospito", causata dalle prime ricostruzioni, dallo scoppio di un ordigno all'interno di un casolare abbandonato nel Parco degli Acquedotti a Roma, ha riportato alla memoria un lontano episodio avvenuto poco meno di 50 anni fa a Torino, nella stagione del terrorismo.

Infatti, in quella circostanza persero la vita due giovani. , ma quell'avvenimento fu anche il prologo di un altro atto di sangue: la "gambizzazione", orribile neologismo coniato per descrivere gli attentati alle persone dal terrorismo, del giornalista de l'Unità di Torino Nino Ferrero.


Orlando Marin Pinones aveva 24 anni quando saltò in aria insieme con Attilio Alfredo Di Napoli, che di anni non ne aveva neppure 19. Era la sera del 4 agosto 1977. Torino era semideserta e semiaddormentata. La "Feroce", cioè la Fiat, aveva abbassato le saracinesche per le ferie estive e la città, rispondendo e adeguandosi ai suoi ritmi produttivi si era svuotata. Altri tempi, inimmaginabili oggi.

Il boato sorprese gli abitanti del quartiere San Donato attorno alle 23. Qualcuno pensò a una fuga di gas, ma chi viveva nei condomini tra via Capua e corso Umbria, fu immediatamente sfiorato dal sospetto che si trattasse dell'esplosione di una bomba. A chi scese in strada o chi si affacciò dai balconi, il sospetto si tramutò rapidamente in certezza, osservando i resti di quella che sembrava una "Fiat 124" e, accanto, di due corpi, dilaniati.

Pinones e Di Napoli, il primo in fuga dal Cile del dittatore Pinochet, in Italia dal marzo del '76 con un "titolo di viaggio grigio" rilasciato ai profughi, l'altro milanese, figlio di un noto avvocato, dissero gli inquirenti stavano maneggiando tritolo, un rudimentale ordigno trasportato incautamente. Preparavano un attentato, filtrò dalla Squadra politica della Questura di Torino, diretta dal dott. Fiorello. Spiegazione credibile, per la presenza nelle vicinanze di due importanti fabbriche, la Fiat Ferriere e la Michelin Dora, ma che non dissipava ovviamente i numerosi punti interrogativi che montavano sulle implicazioni terroristiche.

La sera di quel 4 agosto 1977 i corpi sfigurati di Pinones e Di Napoli incrociarono casualmente il destino di un'altra persona, un giornalista della redazione torinese de l'Unità, Nino Ferrero. All'epoca, Ferrero aveva poco più di 50 anni. Ufficiale dell'Esercito più per tradizione famigliare, figlio e nipote di generali, che per vocazione, aveva lasciato la divisa a metà degli anni Sessanta per abbracciare il giornalismo e dare voce ad una sua antica passione: la critica cinematografica, cui era seguita quella teatrale. Cultura, arte, più che cronaca nera. Ma Ma il giorno dopo, a "corto di uomini", il vice capo cronista de l'Unità, Ezio Rondolino, era stato costretto a dirottare proprio Ferrero sul caso. Fu così che Ferrero, che in passato aveva condotto un'inchiesta sui campi neofascisti in Val di Susa, firmò il pezzo del 6 agosto. Un caso nel caso.

La notte del 20 settembre 1977, in via San Secondo, il destino si compie. Nino Ferrero sta rientrando da uno spettacolo. Sotto casa l'attendono due giovani che militano nella formazione anarcoide di "Azione rivoluzionaria". Sono Vito Messana e Angelo Monaco, quest'ultimo un ex carcerato che si è politicizzato dietro le sbarre. Tempo prima, "Azione rivoluzionaria", dopo aver fatto saltare in aria la tipografia in via Marenco de "La Stampa" per "vendicare" Pinones e Di Napoli aveva fatto ritrovare un documento di aperta minaccia verso i cronisti che avevano descritto parabola dei due giovani: "i rivoluzionari non permetteranno mai a sciacalli della risma di Ferrero e altri pennivendoli del regime di insozzare la loro memoria". Minaccia mantenuta. Messana e Monaco "pareggiano" il piombo tipografico con quello delle pistole. Ferrero è ripetutamente colpito alle gambe. Non camminerà mai più come prima per il resto della sua vita.



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