Fame di verità e di giustizia: la domanda dei 50mila in piazza a Torino per non dimenticare
- Vito D'Ambrosio
- 21 mar
- Tempo di lettura: 2 min
La XXXI Giornata della memoria e dell'impegno per ricordare le vittime innocenti uccise dal fuoco criminale delle mafie
di Vito D'Ambrosio

Dice Francesca Rispoli, presidentessa di Libera,[1] che sono almeno cinquantamila persone in piazza Vittorio Veneto convenute per la XXXI Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti di mafie. Siamo a Torino ed è il 21 marzo: primo giorno di primavera ma anche la giornata che Libera propone per “Rigenerare legami, per costruire un futuro senza mafie e corruzione”.
Il corteo è partito da piazza Solferino alle nove per poi infilare viale dei Partigiani attraversando i giardini reali scandendo lungo il percorso i 1117 nomi delle vittime innocenti delle mafie. I loro nomi punteggiano i passi della manifestazione. Il lungo elenco srotolato lungo il percorso è un insieme di nomi e di storie note, Rosario Livatino, Giovanni Falcone e di altri meno, come quello di Giovanni Trecroci assassinato nella notte del 7 febbraio 1990 nei pressi della sua abitazione a Cannitello in provincia di Reggio Calabria dopo aver partecipato al Consiglio comunale di Villa San Giovanni di cui era assessore ai lavori pubblici.

Tanti gli interventi dal palco di piazza Vittorio prima di quello conclusivo di don Luigi Ciotti. Cristina Caccia figlia del procuratore capo di Torino Bruno Caccia. Antonio Quattrone figlio di Demetrio assassinato nel 1991. Il sindaco di Torino Stefano Lo Russo che introduce la lettura dell’elenco delle 1117 vittime innocenti uccise dalle mafie. Di questo lungo e dolente elenco di vittime, l’80 per cento non ha ancora avuto giustizia.
Il fondatore di Libera e del Gruppo Abele, all’inizio del suo intervento stigmatizza il fatto che essendoci il silenzio elettorale “alcune parole non possiamo dirle, ma ne possiamo dire altre. Su questa piazza ci chiediamo di che cosa abbiamo fame: di verità e il diritto di sapere e non essere manipolati”.

“La memoria ci chiede di risarcire i dolori e portare alla luce la verità oscurata da decenni”. Quello di don Ciotti è un discorso a tutto campo ed è liberatorio l’applauso che chiude il suo intervento affermando che “Tacere è una colpa, parlare è un imperativo etico”.
Dice ancora Ciotti che dobbiamo praticare il “Sovversivismo pacifico e la Rivoluzione gentile” e il monito finale: “La speranza non è un lusso ma un dovere. La fame di verità e giustizia non si fermi qui”. Applausi.
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